L'intervista




Intervista a Gabriella Chiarappa, manager di beni di lusso. Con il suo “Le Salon de la Mode” si prepara alla conquista degli Emirati Arabi con l’International Fashion Week di Dubai
 
Gabriella Chiarappa - Ph Giacomo Prestigiacomo
Ha appena spento le luci della V edizione de Le Salon de la Mode, il salotto di moda e cultura da lei ideato che ha toccato prestigiose location: Palazzo Ferrajoli, il Palace Hotel Bernini Bristol di via Veneto, Palazzo Falletti a Roma e il Belvedere di San Leucio a Caserta, sede del Museo mondiale della seta e patrimonio dell’Unesco. Instancabile, si prepara a un nuovo traguardo: la conquista del mercato più ambito della moda e dei beni di lusso, gli Emirati Arabi, con la International Fashion Week di Dubai alla quale parteciperà a fine novembre.
Gabriella Chiarappa intervistata dal TG3 Regionale
La fashion manager esperta di beni di lusso, Gabriella Chiarappa, pugliese di nascita e romana di adozione, ha lasciato un posto dirigenziale da stipendio d’oro per realizzare il suo sogno: creare un salotto culturale sull'idea di quello seicentesco della marchesa francese Catherine De Vivonne, ma improntato sulla moda, sull'esposizione di brand di alto lusso – alta sartoria e accessori che vanno dalle borse alle calzature per finire all’arte orafa – per promuovere il Made in Italy ed esportarlo all'estero.
Indipendenza è per lei anzitutto la libertà di seguire i propri sogni e investire sui propri progetti nella consapevolezza di remare contro corrente.


L'intervista a mia firma sul sito della rivista "Minerva": 
http://www.minervaonline.it/2015/11/18/gabriella-chiarappa-con-il-suo-le-salon-de-la-mode-si-prepara-alla-conquista-degli-emirati-arabi/





Intervista a Erno Rossi, tra i più noti wedding planner, apprezzato non solo dai vip   

Erno Rossi
Ci conosciamo attraverso amici in comune a un evento romano nel quale siamo ospiti. A colpire è il suo stile di abbigliamento, sofisticato, curato nei dettagli, e la classe da perfetto gentiluomo che non lo fa tuttavia percepire distante. Entrare in conversazione con lui è facile, perché al contrario delle apparenze, è solare, socievole e un antidivo per natura. Lui è Erno Rossi, tra i più apprezzati wedding planner non solo della capitale, dove è spesso invitato nei più importanti eventi di moda e wedding planner.
Avevo sentito parlare della passione che mette nel lavoro e la sua impeccabile professionalità, e la conferma mi arriva una sera in cui sono ospite a cena nella sua villetta insieme agli amici in comune, tra cui il suo collaboratore fidato, William Vittori. Quando esco nel giardino dove ha preparato la tavola con la figlia Denise, mi rendo conto che l’eleganza per lui non è lavoro ma uno stile di vita: lanterne bianche accese, la tavola apparecchiata con sfiziosi accessori colorati posta sotto un gazebo bianco, adornato con fiori pendenti da vasi anche quelli rigorosamente bianchi. La cura dei dettagli, il gusto dell’eleganza senza eccessi, l’accostamento di colori frizzanti ma mai bizzarri nell’oggettistica e un’atmosfera da sweet home sweet. Sono questi gli ingredienti che decretano il successo della EDS Eventi WP (EDS è l'acronimo di Erno Denise e Siria, i nomi delle figlie).  

D- Sveliamo subito che il più noto wedding planner  nasce in realtà come hair stylist. Come è avvenuto il passaggio, quando cioè ti sei accorto che il lavoro di organizzatore di eventi era quello che probabilmente ti faceva sentire maggiormente realizzato?
R- L’hair stylist è stato ed è il mio lavoro principale che  ho iniziato a 15 anni. Il Wedding Planner rappresenta una passione che coltivo da sempre, di pari passo forse con l’hair stylist, soltanto che l’ho sempre curata come hobby mai come lavoro. Ho sempre organizzato tutti i matrimoni e gli eventi di amici: comunioni, battesimi, i Natali a casa, poi in un momento un po’ particolare della vita, spinto dagli amici e in particolare da una mia zia che mi ha cresciuto, mi sono deciso a farlo come professione. Mia zia ci teneva, lei mi ha sempre detto che sarebbe stato il lavoro della mia vita. In effetti sì, è stata sempre una passione, e alla fine è diventato un lavoro che oggi curo insieme a mia figlia (Denise, di 20 anni – ndr).
D- Il primo evento che hai curato non per amici ma per professione?  
Pamela Petrarolo di "Non è la Rai" il giorno del suo matrimonio
R- È stato il matrimonio di Pamela Petrarolo di “Non è la Rai” (celebrato il 26 agosto 2001 e trasmesso in tv – ndr). Ne sono stato testimone di nozze. Il 2014 devo dire poi è stato un anno molto fortunato: ho curato il matrimonio di Ludovica del Secco d’Aragona, la figlia della marchesa d’Aragona, di Micol Olivieri de “I Cesaroni”, di Mary Calvi dell’Onlus “Sorridendo”, sempre affiancato a 360 gradi da mia figlia Denise. E da lì mi è stata attribuita l’etichetta di Wedding Planner dei vip romani, che assolutamente io non voglio perché sono Wedding Planner di chiunque. Per me ogni evento, ogni matrimonio va curato con la medesima attenzione, non c’è distinzione di cliente. 
Erno e Denise Rossi sistemano il velo di Ludovica del Secco, la figlia della marchesa Daniela Del Secco
Il matrimonio dell'attrice de "I Cesaroni" Micol Olivieri curato dalla EDS Eventi di Erno Rossi
D- La figura di Wedding Planner in realtà nasce negli Stati Uniti. In Italia abbiamo familiarizzato con questa figura attraverso telefilm americani come, uno su tutti, “Prima o poi mi sposo” del 2001 con Jennifer Lopez e Matthew McConaughey. Tuttavia quando una coppia decide di convolare a nozze resta predominante la scelta del fai da te, tipico italiano.
Erno Rossi a lavoro
R- Esatto, in effetti la figura del Wedding Planner  nasce in America, e oltretutto, contrariamente  a quanto si pensa da noi, non cura solo i matrimoni ma qualsiasi tipo di evento. Gli Stati Uniti vantano un grande professionista come Preston Bailey, uno dei più grandi Wedding Planner a livello mondiale, il mio punto di riferimento (vive e lavora a New York – ndr).  In Italia questa figura è venuta fuori  negli ultimi 10 anni in città del nord come Milano, Torino, Venezia, mentre da Roma in giù siamo ancora un po’ nell’incertezza.  A noi spesso capitano coppie che hanno prima girato due o tre mesi e poi si sono rivolti a noi disperati perché non riuscivano a organizzare il matrimonio. Questo accade perché c’è la convinzione che prendendo un Wedding Planner il matrimonio costi di più, in realtà si va a risparmiare, tempo anzitutto, che oggi è prezioso per tutti, e denaro, perché comunque noi cerchiamo di consigliare il meglio cercando di ottimizzare i costi il più possibile, che è una delle nostre priorità, e soprattutto non si vanno a creare  situazioni imbarazzanti di ferie, permessi di lavoro ecc. Una coppia nel momento in cui si rivolge al Wedding Planner dice quello che più o meno desidera, il budget che mette a disposizione, dopodiché proponiamo almeno tre progetti, per cui è molto più semplice. Però, come hai detto tu, siamo sempre un po’ tutti abituati al fai da te.
D- L’abitudine al fai da te da una parte e la crisi economica dall’altra rendono maggiormente faticoso l’imporsi della figura del Wedding Planner, di conseguenza, mi viene da immaginare, la concorrenza è ancora più spietata.
R- La concorrenza come per tutte le cose che nascono e poi vanno di moda ce n’è tantissima. Quella del Wedding Planner tuttavia non è una professione che si improvvisa. Wedding Planner non ci si diventa, ci si nasce. Deve essere una persona soprattutto di grande sensibilità, di spiccata comunicabilità, creativa, ma la cosa più importante è saper lavorare con il cuore, perché ogni evento, ogni matrimonio poi diventerà il tuo. A noi succede spesso di stabilire con le coppie un rapporto di amicizia tale da restare vivo anche dopo l’evento, perché è un momento talmente bello che si vive a 360 gradi senza nascondere nulla a partire dalle emozioni. La concorrenza quindi ce n’è tanta, ma io dico sempre che poi quello che porta il risultato è la professionalità e il cuore.
Tavola allestita da Erno e Denise Rossi
D- Cosa rende vantaggioso la scelta della tua azienda rispetto a un altra, secondo te?
R- Questa è una domanda un po’ difficile (ride – ndr). Si tratta sempre di empatia che si riesce a stabilire con la coppia o la persona che vuole creare l’evento. Da noi, alla EDS, ovvero la Erno Denise Siria,  che sono le mie figlie, Eventi Davvero Speciali, lavoriamo molto  con il cuore, come tutti d’altronde, però certo quando si lavora in un ambiente familiare c’è più unione e questo forse è il mio punto di forza. A livello però di professionalità ognuno è bravo a modo suo, ognuno credo cerchi di fare il meglio per creare un evento.
D- Ho letto che non ami molto la mondanità, e quando finisci la sera il lavoro di hair stylist preferisci tornare a casa. In un contesto lavorativo molto competitivo, dove sembra che tutti debbano apparire per essere, come hai fatto a imporre il tuo nome pur snobbando molte occasioni mondane?
R- No, assolutamente non snobbo le feste mondane, anzi, le ho sempre fatte anche perché,  e a questo punto mi dichiaro a 360 gradi, sono stato un insegnante di danza e in quanto tale  sono stato giudice nazionale alle selezioni dei Campionati Europei di danza latino-americane, per cui le mie soddisfazioni me le sono sempre prese. Ho studiato danza da quando avevo 6 anni e l’ho praticata fino a 40 anni, ho studiato, mi sono diplomato alla FIDS Federazione Italiana Danza e Sport con 60/60 e ho partecipato a molte serate mondane. Diciamo che oggi mi piace andare agli eventi che mi portano qualcosa, altrimenti preferisco fare una cena a casa con gli amici, scambiare delle chiacchiere, confrontarmi con i colleghi quando si tratta di lavoro, quando invece non si tratta di lavoro amo stare con le mie figlie. Vado agli eventi soprattutto solo dove vengo invitato, non vado a cercarmi l’evento per farmi notare, assolutamente non è il mio mondo, non lo è mai stato.
D- C’è un momento della tua vita professionale in cui hai detto “ce l’ho fatta, ho raggiunto il traguardo”?
R- Il traguardo c’è soltanto quando finisce la vita, quando il buon Dio ci prende e ci porta con Lui. Per il resto non si è mai arrivati nella vita, c’è sempre da imparare e a me piace molto confrontarmi con gli altri e relazionarmi con me stesso.
D- Quando si progetta un matrimonio le cose da organizzare sono molte e questo può creare ansia nella coppia. Da dove inizio è la domanda più frequente. Allora la domanda la rigiro a un Wedding Planner di professione: da dove è opportuno iniziare? C’è a riguardo una regola?
R-  Dal budget del matrimonio senza dubbio. Specialmente in questo periodo le difficoltà, tra virgolette, le abbiamo un po’ tutti, e come azienda di Wedding Planner puntiamo sempre su un budget da fissare e non sforare. Il rischio altrimenti è fare diventare una festa un grande sacrificio al ritorno dal viaggio di nozze. Da lì si parte, tutto si può fare, non serve assolutamente spendere delle cifre esorbitanti. Si può fare un bellissimo matrimonio e poi là dove c’è amore l’evento riesce bene.
D- Parlando proprio di budget, oggi si vive in un periodo di forte crisi economica, tuttavia il matrimonio ognuno continua a immaginarlo come una favola.  È possibile organizzare un matrimonio romantico, tradizionale, ma con una disponibilità economica esigua? 
R- Assolutamente sì. Un matrimonio si può organizzare con una cifra che può essere 40 euro a persona, 200 euro a persona, 300 euro a persona o 400 euro, è una scelta personale, la cosa importante è la consapevolezza che se spendo 40 euro a persona, 50, 60, 70, è chiaro che non posso pretendere di farlo al Castello Orsini di Nerola o al Castello di Santa Severa o al Castello di Bracciano, così come in tante altre importanti location. Quello che spendi appendi dicono a Napoli, è certo però che si può fare comunque un matrimonio con gusto, curato nei minimi particolari.
D- C’è una persona che ha influenzato le tue scelte? Quello che sei oggi a chi lo devi? 
Erno Rossi e sua figlia Denise
R- Quello che sono oggi, e ripeto che non sono nessuno, lo devo a me stesso (ride – ndr), perché di sacrifici ne ho fatti tanti e continuo a farne.
Sono riuscito a trasmettere la passione per la professione di Wedding Planner  a mia figlia maggiore, Denise, per ora l’altra è ancora piccolina (Siria, 10 anni – ndr). Denise  è la persona che mi segue e che mi ha spinto molto in questa scelta. Prima di intraprendere la professione di Wedding Planner a 360 gradi  mi sono consigliato con lei. Ha una grande potenzialità in questo profilo, per cui questo mi ha spinto molto.
D- Hai dichiarato che il team con il quale lavora un Wedding Planner è importante perché è determinante per il successo di un evento. Quali requisiti deve avere una persona per potere affiancare un grande Wedding Planner come te e lavorare in questo settore?
R- No non sono un grande Wedding Planner, sono solo un Wedding Planner che ama molto questo lavoro. Mi sacrifico molto e non mi pesa assolutamente. Io dico sempre che la grande riuscita di un matrimonio, di un evento, qualsiasi esso sia, non è soltanto merito del Wedding Planner. Il merito è distribuito in tante percentuali per tutti i collaboratori, che sia il flower designer, il fotografo, il light designer, il catering, il banqueting. Tutti, indistintamente, sono parte fondamentale del successo di un evento. Poi è chiaro che il Wedding Planner è colui che sceglie cosa proporre agli sposi. Per il fotografo, ad esempio, il criterio di scelta non segue la bravura, perché ognuno ha il suo metodo, quindi si propone agli sposi due o tre fotografi che lavorano con  metodi diversi, lo stesso per il cameraman, il servizio catering, ecc. Ognuno è specializzato in un certo tipo di situazione. Il Wedding Planner è anche un po’ psicologo, per cui propone quello che già capisce risponde alle esigenze degli sposi.
D- Denise in questa esperienza ti affianca. Sorprende che una ragazza di soli 20 anni riesca a mostrarsi tanto competente.
R- Sì ha vent’anni, ma noi a casa abbiamo organizzato sempre tutto insieme, apparecchiamo insieme, cuciamo insieme, compriamo perfino i vestiti insieme. Abbiamo un grande feeling. Discutiamo anche molto sotto evento, e chi ci vede dice “non si parleranno più per il resto della loro vita”. Non è così. Denise è una ragazza che esula dalle sue coetanee, è molto in gamba, non ama apparire, motivo per cui è molto schiva nelle interviste. Questa però è l’età, man mano prenderà sicurezza e andrà avanti. 
D- A tavola ti sentivo parlare del vostro modo di lavorare e si intuiva la sintonia che vi lega. Sul lavoro in cosa in particolare vi compensate? (la domanda è rivolta a Denise)
R- Papà impronta tutto il matrimonio, a me piace molto la cura dei dettagli come la scelta e la presentazione di un semplice centrotavola, che può essere una candela piuttosto che un fiocco, un tulle, magari una cosa appesa.  Ritengo che i dettagli di un matrimonio contribuiscono molto a renderlo speciale. Anche piccoli ma fanno un grande effetto.
D- Chi suggerisce di più all’altro?
R-   (Denise) Un po’ tutte e due.
(Erno) Ci compensiamo molto.
D- Chi invece tende di più a suggerisce agli sposi cercando di fare cambiare loro idea su qualche gusto discutibile?
R- (Erno)  Chiaramente io riesco a parlare in modo diretto agli sposi, Denise invece non riesce ancora a imporsi, lei riferisce a me se qualcosa non va perché lo ritiene magari poco elegante o non adatto alla situazione.
D- Cosa è da considerare di classe e cosa assolutamente da evitare nell’organizzazione di un matrimonio?
R- Una cosa che non si deve fare è quella di trasformare gli sposi, sia nella scelta del matrimonio sia di loro stessi, un outfit o ancor di più una location. Va tutto rapportato a quello che sono gli sposi nella vita quotidiana, non è che quel giorno si deve diventare Cenerentola o il principe azzurro. Se una persona ad esempio è abituata ad andare sempre in jeans e maglietta, va a mangiare abitualmente all’agriturismo, e poi quel giorno va al castello Odescalchi è uno stravolgimento di outfit. Non bisogna mettere in difficoltà né loro né gli invitati. La regola è rimanere se stessi, solo più curati, perché è un giorno particolare. Una cattiva abitudine è fare le cose solo perché vanno di moda. In Italia siamo abituati male: va un taglio di capelli e tutti con quel taglio di capelli, va la minigonna e tutti con la minigonna. Sbagliato, perché una minigonna può indossarla solo chi ha un fisico che lo permette, non tutte. Su questo aspetto ammetto di essere molto rompiscatole, me lo dicono anche mia figlia e i miei amici.  
R- La scelta dell’abito non è semplice, capita spesso che quando un modello piace poi indossato non fa lo stesso effetto. Ogni fisico richiede un modello e rifiuta altri. Qual è l’abbinamento giusto, se c’è?
R- Nel 99,9% dei casi ogni sposa che dice il mio vestito sarà così, puntualmente arriva in atelier e non è mai quello l’abito. Magari hanno deciso un abito stile impero e poi scelgono un abito a sirena. Quello che si immagina una volta indossato è totalmente un’altra cosa, perché l’abito da sposa è molto particolare. Ti colpisce e quello rimane. Bisogna saper scegliere. Io sono dell’idea che in atelier, se si ha uno stilista, sia lui in primis a dovere consigliare la sposa o lo sposo. In atelier c’è un’ampia scelta di firme e vi sono sempre persone professioniste che consigliano. Io quando seguo la sposa per la scelta dell’abito cerco sempre di farla rimanere il più sobria possibile. A premiare nella vita di una donna è soprattutto la classe, l’eleganza, non la bellezza in sé. Non è un abito da 100mila euro che fa la sposa bella ma come lo porta e come le dona.
Il matrimonio di Ludovica del Secco con l'avv. Gianalberto Scarpa Basteri. Erno Rossi posa accanto a sua figlia Denise e la madre della sposa la marchesa Daniela Del Secco

D- Il bianco o l’avorio vanno sempre rispetto al colorato?
R- Sì, vanno sempre. Quest’anno è uscito molto il pizzo e io sono felicissimo perché un pizzo valencienne, un pizzo chantilly, macramè, è sempre bello da vedere e ci riporta indietro negli anni, anche perché purtroppo non abbiamo più le stoffe preziose di una volta. Ricordo il vestito di mia mamma, corto tutto in pizzo, meraviglioso, per cui questo ritorno al pizzo mi ha fatto particolarmente piacere.
Di recente sono stato a Milano Sposi, ho assistito a tante sfilate, in particolare sono stato da Mauro Adami. Oltre a essere uno dei più grandi professionisti, a mio avviso, che abbiamo in Italia, ha degli abiti veramente meravigliosi, di un’eleganza infinita. Da lui ho rivisto un po’ di stoffe veramente belle, di classe. Personalmente non amo il circo, l’abito da sposa è altro. La particolarità ci deve essere, l’originalità pure, però non serve strafare.
D- Si possono anticipare i prossimi progetti?
R- Io sono un vulcano, per cui i progetti per me sono tutti i giorni. Penso la notte a un
Il Wedding Planner Erno Rossi e la marchesa Daniela Del Secco
progetto per il giorno dopo. A maggio c’è stata  la conferenza stampa della marchesa d’Aragona sul suo progetto dell’Accademia di bon ton e stile con vari stage. Noi della EDS Eventi WP cureremo tutti gli eventi dell’accademia. Ho avuto una grandissima soddisfazione, forse una delle più grandi, e se posso permettermi di dirlo, devo molto alla marchesa d’Aragona. Mi è stata di grande insegnamento in particolare in alcune situazioni.  Abbiamo una grande stima reciproca e diciamo che, ecco lo dico anche un po’ emozionato, si è dimostrata una persona vera, sincera, molto buona, una persona che ha cercato in ogni modo e maniera di farmi emergere in tutto. Su varie testate nazionali ha fatto il mio nome come suo braccio destro definendomi una persona molto valida, è stata una grande soddisfazione e la ringrazio.
A settembre, inoltre, sono stato invitato per presenziare al Gallipoli International Fashion Week per la settimana dell’alta moda e wedding, che si svolgerà dal 10 al 13. 

Il sito della EDS Eventi WP è  www.edseventi.com
Le foto di seguito sono tratte da alcuni matrimoni curati da Erno Rossi. Per gentile concessione di Erno Rossi.  
Dettagli in tavola curati da Erno e Denise Rossi
   



(articolo pubblicato il 24 giugno 2015)









Luca Bagatin autore di “Universo massonico” racconta la massoneria che in pochi conoscono e il perché del “falso scandalo P2”

Il giornalista, blogger e scrittore Luca Bagatin
Blogger da dieci anni – con circa cinque milioni di visualizzazioni – firma del quotidiano nazionale “L’Opinione”  diretto da Arturo Diaconale, ha collaborato e collabora con diverse importanti testate e riviste, tra cui “La Voce Repubblicana”, “Politicamagazine.info”, “Terza Repubblica” diretta dall'editorialista Enrico Cisnetto, “Camicia Rossa”, “Il Pensiero Mazziniano”, “YR Magazine” organo ufficiale del Rito di York del Grande Oriente d'Italia e “Officinae”, la rivista ufficiale della Gran Loggia d'Italia degli ALAM, diretta da Luigi Pruneti.
"Universo massonico" edito dalla Bastogi
Gli studi risorgimentali sui banchi di scuola e l’ammirazione per il Generale Giuseppe Garibaldi lo avvicinano agli ideali e ai propositi della cultura repubblicana, laica e liberalsocialista. Simpatizzante della politica libertaria di Riccardo Schicchi, Moana Pozzi e Ilona “Cicciolina” Staller – sua grande amica nella vita con la quale ha di recente collaborato in progetti politici e culturali – entra in politica a soli 17 anni, prima nei Verdi  e successivamente come sostenitore di alcune battaglie dei Radicali (ad appena  20 anni, nel 1999, ha condotto la campagna Emma for President per Emma Bonino al Quirinale, partecipando anche, nella primavera dello stesso anno, alla campagna elettorale della Lista Bonino). Approdato al Partito Repubblicano Italiano per poi abbandonarlo, ha fondato alcuni anni dopo “Amore e Libertà”, un movimento che definisce “(anti)politico e (contro)culturale”, che al di fuori dei partiti e delle ideologie si propone di gettare le basi per una possibile “Civiltà dell'Amore”.
Luca Bagatin presenta "Ritratti di Donna" con Debdeashakti che ne ha curato la prefazione
Lui è Luca Bagatin, autore del recente “Ritratti di Donna”, Ipertesto Edizioni, e di “Universo Massonico”, il suo primo saggio, edito dalla Bastogi nel 2012 con prefazione del prof. Luigi Pruneti, ex Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia – anche lui suo grande amico. Bagatin è, infatti, un grande appassionato e studioso di massoneria ed esoterismo, tanto che diversi suoi articoli sono stati pubblicati nelle maggiori riviste e pubblicazioni massoniche italiane e citati sulle pagine di Wikipedia, dell’Enciclopedia on line più consultata al mondo.
Un cultore della materia che capita di conoscere proprio nel periodo in cui si è tornati a parlare di massoneria e massoni, identificazione sufficiente a far nascere diffidenza se non addirittura timore nell’opinione pubblica. Sfatiamo dunque alcuni falsi miti che ci aiutano a capire cosa c’è dietro quella che sembra essere una nuova “caccia alle streghe”.
D. Chi sono i massoni oggi? E cos’è la Massoneria?
R. La Massoneria è un'Istituzione di elevazione morale e spirituale che si fonda su tre principi: Fratellanza, Libertà e Uguaglianza, così come ci ricorda il conte Alessandro Cagliostro, Grande Iniziato. La Massoneria, oltre a praticare e predicare gli ideali di fratellanza e di emancipazione sociale, è un'istituzione essenzialmente spirituale in quanto studia e approfondisce il simbolismo arcaico e archetipico presente in noi da sempre. Lo psicanalista Carl Gustav Jung parla, infatti, di archetipi, che non sono altro che il bagaglio di simboli e allegorie insite nel nostro inconscio. È dunque un’Istituzione spirituale e culturale che ha fra i suoi scopi lo studio e l'interiorizzazione dei simboli arcaici, oltre che la fratellanza universale.
D. Universo Massonico” è il tuo primo saggio. Mi ha stupito la corposa bibliografia. 
R.  È essenzialmente una raccolta di articoli che ho scritto dal 2004 ad oggi. La bibliografia che ho raccolto è relativa ai saggi consultati in questi anni.
 D. Leggevo in questi giorni che la Massoneria sta per compiere tre secoli di vita…
R. Ufficialmente è nata a Londra nel 1717. Parliamo almeno della Massoneria cosiddetta speculativa, quella filosofica. Le prime logge massoniche operative, invece, sono precedenti e risalgono al Medioevo. Le logge operative erano formate da muratori, quindi da operai, maestri d'arte, ai quali dobbiamo la costruzione delle cattedrali gotiche. Attraverso le loro conoscenze gnostiche – che si rifacevano alla Geometria Sacra dell’Antica Grecia e dell’Antico Egitto – i massoni operativi hanno costruito le cattedrali gotiche con uno specifico simbolismo che ha precisi significati spirituali ed esoterici. Nel 1717, grazie all'interesse delle classi nobiliari per la Geometria Sacra e l'esoterismo, è stata costituita quella che adesso si chiama la Gran Loggia Unita d’Inghilterra.
D.   Cosa rende così longeva, immortale, questa istituzione? Qual è il motivo per cui dopo tre secoli di vita è ancora ben salda, tanto che proprio di recente si è tornato molto a parlare di Massoneria e massoni?
R. Perché l'uomo, fondamentalmente, ricerca la spiritualità. Le persone che non trovano la pace interiore nelle religioni, non riescono cioè a colmare le lacune spirituali,o a trovare risposte nella politica, trovano nella Massoneria il posto ideale, in quanto si tratta di un’istituzione che non impone nulla, è priva di dogmi. Questo è il motivo per cui moltissimi giovani si stanno avvicinando alla Massoneria. Diciamo che la Massoneria crede nel Grande Architetto dell’Universo che sarebbe il Dio universale. Però, di fatto, chi è questo Dio universale? Non è altro che l’anima umana, la ricerca del Divino che è in noi, come spiego diffusamente anche nel mio libro.
D. Ciò che non cambia nel corso dei secoli è l’attribuzione alla Massoneria di connotati negativi...
R. Diciamo che nel corso dei secoli c’è stata una sistematica operazione denigratoria nei confronti della Massoneria, in particolare da parte della Chiesa cattolica, la quale ha visto nella Massoneria – proprio per la sua incessante ricerca spirituale e gnostica – una potenziale concorrente. Il simbolismo che sottende tutte le religioni, in realtà, è un simbolismo che esiste da millenni. In Massoneria tale simbolismo è pane quotidiano, mentre la Chiesa cattolica se ne è appropriata, spesso per ragioni “politiche” e “mediatiche”. La Santa Inquisizione, nel XVIII secolo, ha quindi deciso di perseguitare i massoni, costringendoli a riunirsi segretamente. Si trattava solo di un pregiudizio della Chiesa cattolica nei confronti di chi ricercava una spiritualità gnostica, neopagana si direbbe oggi. Il primo martire della Massoneria è stato Tommaso Crudeli, poeta fiorentino. Altro martire da ricordare è il conte Alessandro Cagliostro, che tanti erroneamente o volutamente associano a Giuseppe Balsamo. In realtà Balsamo era un impostore che la Chiesa cattolica aveva assoldato apposta per denigrare il conte di Cagliostro, che invece era un vero Grande Iniziato. A lui si deve la fondazione della Massoneria di Rito Egizio, con lo scopo di riunificare tutte le Obbedienze massoniche del mondo. Non esiste, infatti, una sola Massoneria: purtroppo c'è ancora una certa acredine fra la Massoneria di matrice “tradizionale” e anglosassone e la Massoneria di matrice liberale o francese.
Un’altra ragione per la quale la Massoneria è stata guardata con un certo sospetto è data dall'entrata in gioco del potere politico di re e regine, in particolare cattolici, che si sono accaniti contro i massoni temendo volessero sovvertire l’ordine costituito, perché i massoni parlavano di uguaglianza e in ambiente aristocratico era impensabile poter frequentare un borghese o un operaio.
In tempi recenti, con il falso scandalo P2, i partiti politici italiani, già compromessi –  e parlo in particolare delle forze del cosiddetto “compromesso storico” –  hanno fatto di tutto per dare la colpa ai massoni della crisi politica che attanagliava il nostro Paese. In realtà il malaffare era unicamente politico. Tuttavia, attraverso un’operazione mediatica, si è preferito incolpare Licio Gelli e tanti altri cosiddetti “piduisti”, che poi sono stati tutti assolti perché non complottavano contro nessuno. La medesima cosa è successivamente accaduta nell'ambito dell'inchiesta condotta dal giudice Agostino Cordova,  nella quale si è voluto ingiustamente equiparare la Massoneria alla mafia. Altra inchiesta finita con assoluzioni. In realtà, personalmente, non conosco neanche un massone che occupi un posto di potere. Conosco invece molti disoccupati che sono massoni. In tempi di crisi, in effetti...
D. Cosa ti fa essere così certo che lo scandalo P2 sia stato un po’ tutto gonfiato e che Gelli non abbia fatto alcun complotto o nulla di quanto fu accusato? Hai avuto accesso ai documenti giudiziari dell’inchiesta?
R. L'inchiesta relativa alla P2 si è conclusa con le sentenze di assoluzione di tutti i componenti della Loggia Propaganda numero 2. Le sentenze emesse dalla Corte d'Assise di Roma risalgono al 1994 e al 1996 e sono pubbliche. L' “affaire” P2 fu un falso scandalo e a dirlo sono le sentenze stesse.
Se poi vogliamo parlare del cosiddetto “programma” di Gelli, ovvero il famoso Piano di Rinascita Democratica – che altro non era che una lista di buoni propositi, purtroppo mai attuati – possiamo dire che fu un programma di riforme liberali, fatto passare dai media e dai soliti politicanti come un piano golpista. Gelli servì come perfetto capro espiatorio di tutto il malaffare politico dell'epoca, in particolare della Democrazia Cristiana e anche in qualche modo del Partito Comunista, che non poteva sopportare i programmi e i propositi di matrice liberaldemocratica, proposti, peraltro, da un massone. In quegli anni – parliamo della fine anni ’70 inizi anni ’80 –  stava evidentemente per scoppiare Tangentopoli e, per evitare tale scandalo, la DC e  il PCI in particolare, decisero di fare ricadere la responsabilità sui soliti massoni, approfittando del fatto che tanto sono sempre stati odiati da tutti: dai fascisti, dai comunisti e dalla Chiesa cattolica. Ecco come è nato il falso scandalo P2.
Che poi Gelli avesse in piedi eventuali affari dal punto di vista profano è un altro discorso, ma che esula completamente da ciò che è stata la Loggia Propaganda numero 2 e la Massoneria in particolare. La cosa curiosa di tutto ciò è che di queste cose ne ha parlato solo il giornalista Pier Carpi, ed è stato oscurato da tutti i media.
Pier Carpi –  giornalista, scrittore, regista e fumettista, molto amico di Licio Gelli –   faccio notare è morto povero, per cui non ha ricevuto alcun aiuto da Gelli. Non si poteva dire fosse pertanto un “raccomandato”. In “Universo Massonico” parlo diffusamente di Pier Carpi e dei suoi saggi in cui racconta la vita di Gelli, del falso scandalo P2 e quindi cosa è realmente accaduto. Sono stato l'unico ad aver recensito tali libri, assieme al saggio del prof. Aldo A. Mola, che, con tanto di documenti, dimostra che anche la cosiddetta Commissione Anselmi fu una grande bolla di sapone.
Personalmente poi, sono un caro amico del Generale in pensione Umberto Granati, che peraltro era iscritto alla Loggia Propaganda 2. Sono l'unico, anche qui, ad aver recensito il suo libro, “Diario di un piduista”, ove racconta tutta la vicenda.
D. Mi citi testimonianze di persone che o facevano parte della P2 o erano legate da amicizia a Gelli. Non credi che questi legami sottraggano credibilità alla loro tesi?
R. Il prof. Aldo A. Mola è uno studioso accreditato in tutto il mondo, che certo non fece parte della Loggia Propaganda 2.Ne fecero parte invece il cantante Claudio Villa, il comico Alighiero Noschese, addirittura l'eroe dell'antiterrorismo e della lotta alla mafia Carlo Alberto Dalla Chiesa (mandato a morire in Sicilia, senza scorta, dal Governo Spadolini). Tutti criminali, costoro? Ma siamo seri, per favore.
D. Come hai accennato, la Massoneria è fatta spesso passare come un gruppo dove conviene entrare per essere tutelati e agevolati con reciproci scambi. Nel definire la Massoneria invece parli di un’adesione legata “solo” ad una condivisione di ideali. Di questo rimarranno delusi in molti che si chiederanno dov’è allora l’utile di entrare in Massoneria. In fondo per sentirsi appartenere a degli ideali non serve la Massoneria…
R. Chi entra in Massoneria per ricavarne vantaggi personali farebbe meglio a rivolgersi altrove. È al massimo fra i politici che ci si spartisce il potere, spesso, non certo fra massoni. L’ideale di base della Massoneria è costituito, è vero, dal reciproco aiuto, ma nel senso che tutti i massoni si considerano fratelli e mirano alla fratellanza universale. I massoni aiutano, attraverso il loro percorso spirituale e attività di beneficenza anche il prossimo, ovvero anche persone al di fuori della Massoneria. Come dicevo prima, la Massoneria è un’istituzione spirituale e filosofica. Chiaramente non è indispensabile entrare in Massoneria per portare avanti un certo tipo di principi e di valori. Voltaire, grande filosofo, entrò in Massoneria solo un anno prima di morire, infatti, rimanendo Apprendista per tutta la vita. Penso che il suo esempio dovrebbe essere d'insegnamento per molti. Profani e massoni.
Con questo non voglio dire che non ci sono state persone corrotte in Massoneria, purtroppo ci sono e ci sono state, come in qualsiasi altra associazione culturale, partito politico o sindacato. Ad ogni modo, se si entra in Massoneria per interessi privati, perché attraverso la conoscenza di persone importanti ci si aspetta una certa “convenienza”, allora credo che si sia sbagliato posto. In Massoneria si trovano persone di tutti i ceti sociali, per cui essendo un posto sociale,  un po’ come facebook, puoi stringere amicizia con persone importanti ed entrare in un certo giro importante. Può accadere in Massoneria, così come in qualsiasi altra associazione. Relativamente alla corruzione posso solo dire che è un aspetto purtroppo connaturato all'essere umano. In Massoneria, almeno, ti insegnano a trascendere l'umano per raggiungere il divino. Sta a te scegliere se elevarti e quindi “levigare la tua pietra grezza” –  come si dice in gergo massonico – oppure rimanere, nei fatti, un semplice profano corrotto.
D. Mi hai parlato di più Obbedienze massoniche. Quante esistono oggi in Italia?
R. Moltissime perché è sufficiente recarsi da un notaio per costituire, con regolare atto, un'Obbedienza massonica. Tuttavia ritengo che la regolarità massonica vada analizzata sotto il profilo storico-esoterico, oltre che spirituale e iniziatico. Da questo punto di vista le uniche Obbedienze massoniche storiche e accreditate sono il Grande Oriente d’Italia, fondato nel 1805, e la Gran Loggia d’Italia degli ALAM, fondata da Saverio Fera nel 1908 e originata da una scissione del GOI. Attualmente è peraltro l’unica Obbedienza massonica che permette anche alle donne di entrare.
D. Mi anticipi una domanda: tra le varie interviste riportate verso la fine del tuo “Universo massonico” citi un unico libro che ha trattato l’argomento donne e Massoneria (l’autrice è Francesca Vigni). Che ruolo hanno le donne? Possono entrare in Massoneria però non fare un certo percorso di carriera o vi è parità con gli uomini?
R. Nella Gran Loggia d’Italia possono entrare tranquillamente e intraprendere il normale percorso iniziatico. Per quanto riguarda il Grande Oriente d’Italia invece, purtroppo ancora oggi non è possibile. Il GOI ritiene, infatti, che il  simbolismo massonico sia solamente solare – e quindi maschile – e non lunare. Tuttavia se si osservano gli antichi culti solari, quello di Iside ad esempio, erano officiati da sacerdotesse, quindi da donne. Mi auguro che il GOI, pertanto, sani presto tale contraddizione massonica.
Nel mio secondo libro, “Ritratti di Donna”, all’ultimo capitolo parlo del mito della Donna Selvaggia, di cui racconta la dott.ssa Clarissa Pinkola Estés, psicanalista junghiana. Lei parla proprio degli archetipi simbolici che si rifanno per molti versi anche al simbolismo massonico, di matrice femminile. Per cui è veramente antistorico e assurdo che vi siano Obbedienze massoniche ove permangono ancora tali pregiudizi. In Francia, nel Grande Oriente di Francia, gemellato peraltro con la Gran Loggia d’Italia, è solo dal 2010 che fanno entrare anche le donne.
Nella Gran Loggia d’Italia le donne hanno iniziato ad entrare durante la gran maestranza di Giovanni Ghinazzi. Ad ogni modo ci sono dei precedenti storici che risalgono al Gran Maestro Giuseppe Garibaldi, allora Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, il quale iniziava le donne. Ha iniziato per esempio Madame Blavatsky, un’occultista russa di cui parlo molto anche in “Universo Massonico”, che ha combattuto con lui nella battaglia di Mentana. E poi c’è stato Ernesto Nathan, grande sindaco di Roma, mazziniano  e garibaldino, anche lui assolutamente favorevole all’entrata delle donne.
Sia nel primo sia nel secondo mio libro ho inserito l’intervista realizzata all’ex Gran Maestra della Gran Loggia Femminile d’Italia, Gabriella Bagnolesi – Obbedienza fondata, fra l’altro, da Franca Bettoja, moglie di Ugo Tognazzi.
D. Soffermiamoci su queste due Obbedienze massoniche storiche. C’è una prassi da seguire per entrarci, immagino.
R. La domanda di adesione può essere presentata anche via internet, oppure attraverso la conoscenza di un amico che fa già parte di un'Obbedienza massonica. Successivamente l'aspirante iniziato è chiamato ad un colloquio, ove si indagano le motivazioni che spingono il candidato ad entrare in Massoneria. Se al termine del colloquio permane l’intenzione dell'aspirante iniziato ad entrare nell'Istituzione, sono fissati successivi colloqui sino ad arrivare all’iniziazione. Tutto ciò è una sorta di pre-selezione legata semplicemente all’intenzione di capire chi si ha davanti, se le sue motivazioni sono mosse da effettivo interesse per il percorso massonico, se si hanno eventuali pendenze penali, ecc. A tal proposito si chiede, infatti, il certificato penale, che deve essere assolutamente pulito pena il rigetto della domanda.
D. Superati questi scalini selettivi si arriva all’iniziazione. Come avviene la cerimonia dell’iniziazione? Quali i particolari rituali?
R. Il rito d'iniziazione è molto particolare e ovviamente non può essere pubblico, così come anche le varie tornate di loggia, al fine di garantire il giusto raccoglimento meditativo da parte dei partecipanti. Non possono essere presenti persone estranee anche per evitare derisioni da parte di esterni nel vedere magari qualche massone anziano camminare facendo particolari rituali che rientrano nel cerimoniale. Per chi, infatti, non ha conoscenza della Massoneria, presenziare ad un rito di  iniziazione potrebbe far sorridere. In realtà, studiando e approfondendo il significato dei simboli, si comprendono le ragioni per cui vengono fatti in un determinato modo. I rituali d'iniziazione si trovano in numerose pubblicazioni massoniche reperibili in qualsiasi libreria. È chiaro che è sconsigliato all'aspirante iniziando di leggerlo prima, ma ciò solo in quanto, conoscendolo già, si perderebbe, per così dire, tutta la “magia” dell'iniziazione rituale”.
D. Si parla di carriera nella Massoneria. Come avviene la scalata?
R. Più che di carriera e di “scalata”, parlerei di percorso iniziatico, spirituale. La carriera ha senso se hai posizioni di potere, ma in Massoneria tutti sono liberi ed eguali. Vi sono solo gradi diversi, perché diversa è la profondità della meditazione che in ambito massonico si pratica. Ci sono quindi, in questo senso, diversi gradi che potremmo definire di “apprendimento”. Il primo grado è quello di Apprendista, che consente di assistere alle cerimonie senza però poter intervenire. Poi c’è il grado di Compagno e infine quello di Maestro. Questa è la cosiddetta Massoneria Azzurra. Poi ci sono, eventualmente, gli Alti Gradi, contenuti in vari Riti. La Gran Loggia d’Italia riconosce, dopo il grado di Maestro Massone, solo il Rito Scozzese Antico ed Accettato, che si rifà anche ad un certo simbolismo dei Templari nel periodo in cui si rifugiarono in Scozia per sfuggire alle persecuzioni di Filippo il Bello e dell'Inquisizione. Nel Grande Oriente d’Italia, invece, vi sono vari Riti oltre quello Scozzese: c’è il Rito di York, il Rito Simbolico Italiano, il Rito Noachita e il Rito Egizio di Memphis e Misraim.
Il funzionamento è un po’ come l’università: una scuola dove approfondisci sempre di più gli studi.  L’unico divieto in Massoneria è parlare di religione o di politica, perché sono due argomenti che creano divisione e, dovendo essere preservata l’unità tra fratelli e sorelle, si evitano. Non parlare di religione tuttavia non vuol dire essere ateo, perché per entrare in Massoneria è necessario avere una visione spirituale della vita.
D. Se non si può parlare di politica perché ritenuto un argomento fonte di conflitti e divisioni tra fratelli e sorelle, non è un controsenso poi accettare l’ingresso di politici?
R. I politici sono pur sempre persone  e come tali hanno la possibilità di entrare in qualsiasi tipo di associazione, purché ne rispettino le regole. Regole che in Massoneria sono chiare: in loggia non si parla né di politica né di religione. Puoi parlare di spiritualità e di questioni sociali, ma è un altro tipo di discorso.
D. La parlamentare del M5S Tiziana Ciprini agli inizi di giugno ha scatenato un nuovo chiacchiericcio sui massoni, perché durante un intervento in aula a Montecitorio, ha fatto il gesto di infilare la mano nella giacca, e lo stesso ha fatto il suo collega di partito seduto accanto. I media hanno parlato di gesto massonico, facendo notare che anche Grillo lo fece durante la trasmissione di Bruno Vespa nella quale fu ospitato, e sono state comparate foto di personaggi storici, dichiarati massoni, nell’atto dello stesso gesto, da Napoleone a Karl Marx, George Washington, Mozart, Cavour, Giuseppe Mazzini, fino ad arrivare a Berlusconi. Casualità o un reale linguaggio in codice della massoneria?
R. Veramente, fra i personaggi storici che citi, vi sono anche non massoni, a onor del vero. Penso a Mazzini, ad esempio, ma non solo. A parte questo, non mi risulta che il gesto della signora Ciprini sia, ad ogni modo, un gesto – per così dire –  “massonico”. Anche se lo fosse sarebbe assurdo, visto che i cosiddetti gesti rituali si fanno solo in loggia, se non altro perché è li che hanno un significato.
D. Se i simboli massonici hanno significato solo in loggia, perché allora, come dichiari anche nel tuo libro “Universo Massonico”, esistono numerosi simboli massonici disseminati nella letteratura e in alcune opere musicali contemporanee? E perché questa esigenza di lasciare simboli nelle opere, di utilizzare cioè un linguaggio in fin dei conti decodificabile solo da una nicchia di persone?
R. La letteratura e la musica sono forme di espressione artistiche e la Massoneria è chiamata anche Arte Reale, ovvero l'arte di coloro i quali costruiscono il proprio Tempio interiore. Quali arti migliori della letteratura e della musica per trasmettere, dunque, ideali e principi così alti e profondi, anche e proprio attraverso l'emozione di un romanzo o di una composizione musicale? È pratica antichissima che gli artisti nascondano nelle loro opere messaggi di tipo esoterico, anche non strettamente massonici. Fra i musicisti contemporanei che, attraverso le loro opere, trasmettono messaggi esoterici posso citarti un caro amico: Fabio Mengozzi, giovane astigiano la cui musica è riconosciuta e suonata a livello internazionale. E, oltre ad averlo intervistato di recente, gli ho dedicato un'intera sezione del mio “Universo Massonico”. Lui, fra l'altro, a sua volta, mi dedicò la composizione “Segreta Luce”, come si può osservare anche nel frontespizio dello spartito musicale – presente anche in un video su Youtube – che reca il mio nome.
 
Il blog di Luca Bagatin è http://lucabagatin.ilcannocchiale.it/

Sono stati citati i seguenti saggi di Luca Bagatin:
Universo massonico, Bastogi Edizioni, Foggia, 2012, pagg. 156, Euro 15,00
Ritratti di Donna, Ipertesto Edizioni, Verona, 2014, pagg. 146, Euro 9,50


Luca Bagatin e sulla sinistra l'ex Gran Maestro della Loggia d'Italia degli ALAM, Luigi Pruneti
Luca Bagatin con a sin. l'ex Gran Maestro della Loggia d'Italia degli ALAM, Luigi Danesin
Luca Bagatin con a sin. l'attuale Gran Maestro Antonio Binni - giugno 2014
Luca Bagatin con a destra un collaboratore d'eccezione del suo blog, l'attore Peter Boom, scomparso nel 2011
Luca Bagatin ospite di Radio Radicale

Luca Bagatin con a destra Ilona Staller e a sin. l'artista Ursula Davis

(Intervista rilasciata l'08/07/2014)







Principessa Irma Capece Minutolo di Canosa: un’attivista in difesa delle donne dai maltrattamenti domestici e di un’infanzia riconosciuta dietro l’immagine pubblica mondana


La principessa Irma Capece Minutolo fotografata da Antonello Ariele Martone

Ci incontriamo in occasione di uno shooting fotografico a casa di un amico in comune, il pittore delle dive Daniele Pacchiarotti, dal quale ha scelto di farsi ritrarre su tela. Lei è la Principessa Irma Capece Minutolo.
Le chiedo subito perché tra tanti artisti di fama internazionale di sua conoscenza ha scelto proprio questo giovane e talentuoso artista (tutt’altro che sconosciuto tuttavia), apprezzato soprattutto per i ritratti di Marylin Monroe.

Stemma dei Capece Minutolo
R. Mi ha colpito il suo modo di dipingere opere che sembrano vive. Non realizza i soliti quadri stile fiabesco, che sanno di finto, di impostato. La sua arte è viva. Mi piaceva inoltre questa sua passione per Marylin Monroe perché ci accomuna e mi riporta ad un ricordo d’infanzia, quando un giorno, a circa tre anni, mia zia Irma mi disse: "Che bello sguardo che hai, hai gli occhi in giù e sorridenti come quelli di Marilyn Monroe". Io che sentivo nominare per la prima volta il mito che ancora non conoscevo, mi arrabbiai e dissi: "Io non sono Marilyn Monroe! Io sono Irma!". Nasce da questo aneddoto il mio interesse per la diva americana, che nel tempo ho amato non solo per la bellezza, la seduzione, ma soprattutto per quella parte umana, fragile che si coglieva. Non si può dire, infatti, che non sia stata fragile, diversamente si sarebbe gestita sicuramente meglio i suoi affari, non si sarebbe fatta usare.

Con la zia omonima consorte di  Re Farouk I d'Egitto
D. Hai citato tua zia, Sua Altezza Reale Irma Capece Minutolo, attrice e cantante lirica internazionale consorte di Sua Maestà Re Farouk I di Egitto.  Iniziamo quindi con lo smentire la notizia sulla parentela: non è tua madre come qualcuno ha scritto ma tua zia.

R. Sì è mia zia, la sorella di mio padre il Principe Antonio Capece Minutolo. Mio figlio porta, infatti, il suo nome, Antonio, e anche il mio cognome che abbiamo fatto aggiungere a quello del padre grazie a Decreto del Ministro dell’interno. Il mio amatissimo papà come tutte le persone molto buone è stato chiamato presto in cielo, quando avevo solo 12 anni. Era Diplomatico ed aveva una splendida voce da tenore: ogni sera tornando a casa suonava il pianoforte e cantava i grandi successi internazionali e classici napoletani. Da lì la mia passione per la musica. Mia mamma è Margherita Catalini (Margherita Catalini dei Conti Baldini, erede di una dinastia industriale alla quale si deve lo sviluppo dell’industria automobilistica in Italia – ndr).

D. La famiglia Capece Minutolo è tra le più antiche dinastie nobili di Napoli …

R. Sì alla famiglia si deve la costruzione del Duomo di Napoli dove c’è la cappella di famiglia, la cappella Capece Minutolo. Nella famiglia oltretutto abbiamo avuto molti Vescovi e Cardinali. Io sono la prima della famiglia nata a Roma.

D. Da quanto tempo la famiglia si è trasferita a Roma?

R. Con il matrimonio di mia zia omonima con Farouk I Re d’Egitto. Mio nonno, che rimase sempre nella nostra adorata Napoli, chiese a mio padre di seguire mia zia a Roma per stargli vicino, e poi papà formando famiglia è rimasto nella capitale, anche perché, come accennavo, era Diplomatico e Roma per lui fu la migliore base.

D. In rete non c’è molto che riveli oltre il tuo titolo nobiliare. La prima domanda che mi sono posta è stata quindi: oltre a fare la principessa, presente nei balli in costume e cerimoniali vari in cui si incontrano le teste blasonate d’Europa, che lavoro svolge?

R. Io mi sento anzitutto una mamma. Se dipendesse da me mi dedicherei unicamente a mio figlio (Antonio, 12 anni, avuto dall’ex marito - ndr). Dopo la laurea in scienze politiche sono ora laureanda in giurisprudenza per realizzare il mio maggiore desiderio: diventare avvocato di famiglia, per difendere soprattutto i diritti dei bambini coinvolti in separazioni complesse ma anche dei loro genitori, che spingerei sempre e comunque alla mediazione, contrariamente a tanti miei futuri colleghi privi di scrupoli che pur di intascare laute parcelle tendono ad alimentare i conflitti tra coniugi invece di dirimerli. Da tre anni circa mi occupo di organizzazione di grandi eventi nazionali ed internazionali.

D. Stai preparando, infatti, il tuo viaggio per Miami dove rappresenterai la moda italiana al “Miami Fashion Week”…
 
R. La Miami Fashion Week mi ha scelta in quanto reputata la migliore rappresentante dell’Italian Style, nonché per la mia esperienza con diversi stilisti nell’Alta Moda. Sono stata, infatti, sia modella sia indossatrice, sfilando, tra gli altri, per Fausto Sarli, per Alta Roma, per Luigi Bruno, e quindi mi hanno chiesto di selezionare gli stilisti che parteciperanno alla prossima edizione del “Miami Fashion Week”, che si terrà dal 15 al 18 maggio appunto a Miami Beach. Ho già iniziato a proporre alla Commissione diversi stilisti.

D. So che per questo evento punti molto su giovani talenti. Da cosa nasce questa scelta?

R. Sì punto molto sui giovani. Non è il caso di fare nomi adesso perché la Commissione sta ancora valutando, ho sia nomi di giovani non ancora affermati sia di stilisti un po’ più grandi. Diciamo che sulla scelta di puntare sui giovani ha influito molto l’esperienza diretta: vedevo molte persone valide, di grande talento, fare fatica ad affermarsi, mentre altre meno valide avevano la strada spianata. 

D. Cos’è di preciso il “Miami Fashion Week”?

R. È una settimana dedicata alla moda con diverse performance di vari artisti e personaggi noti. Si svolgerà appunto a Miami e, cosa fondamentale per gli stilisti, ci saranno diversi buyers, circa trecento, che interverranno per avere poi la distribuzione. Quindi ci sarà anche la possibilità per gli stilisti di avere in più, volendo, un proprio punto espositivo dove potranno rimanere per tutta la durata dell’evento esponendo i propri lavori e prendendo contatti con la grande distribuzione, con i buyers. Questo è l’aspetto che, secondo me, differenzia il “Miami Fashion Week” da altre sfilate.
Sempre a Miami stiamo preparando anche una mostra di quadri del Principe Olivier Doria (Olivier Doria d’Angri, figlio della principessa Giovanna Pignatelli d’Aragona Cortés – ndr) insieme ad Antonio Cersosimo, considerato uno dei più grandi scultori italiani e che si terrà dal 21 al 30 marzo nella Galleria di Nina Torres (la Nina Torres Fine Art – ndr), una delle gallerie più belle e famose di Miami, con un grande evento di presentazione. Il principe Doria esporrà circa 25/30 quadri, stiamo definendo. Oltre che negli Stati Uniti poi mi divido anche tra l’Italia, la mia patria, e l’Egitto. In particolare sono tornata adesso da El Gouna, che sta diventando sempre più la Porto Cervo egiziana, costruita dai miei amici i fratelli Sawiris (magnati egiziani proprietari di Wind Italia – ndr), che la stanno lanciando sempre più a livello internazionale, quindi stiamo preparando degli eventi anche in questo splendido luogo. Mi piacerebbe molto poter curare uno speciale della Rai sull’Egitto, la grande nazione di mio zio Re Farouk, anche per dimostrare che il Paese è nuovamente pronto a ricevere il turismo italiano dopo i tristi fatti che tutti abbiamo appreso.

Al Convegno Nazionale Donne per la Sicurezza
D. Facendo una ricerca in rete viene fuori un’immagine di una persona amante della vita mondana, ritratta spesso in abiti sfarzosi nei balli in costume d’epoca o alle feste di compleanno dei vari amici vip. C’è un lato di te invece di cui poco si parla e che mi piace particolarmente: il tuo ruolo attivo nella difesa delle donne dai maltrattamenti. Nel 2012 nel IV Social Committment Awards sei stata premiata per l’impegno in favore delle vittime di violenza domestica, e di recente sei intervenuta come relatrice al “Convegno Nazionale Donne per la Sicurezza” tenuto a Roma. Mi ha colpito la nota sotto il tuo intervento: “vittima di stalking”…

R. (Abbozza un sorriso, è visibilmente trattenuta – ndr). Diciamo che nella vita ne ho passate tante, ed è il motivo per cui sto conseguendo la seconda laurea, in giurisprudenza. Come dico spesso, dovremmo essere un po’ tutti avvocati per poterci difendere da soli. Ho avuto la constatazione che la legge che studiamo nei libri e nei codici difficilmente trova una concreta e corretta applicazione nella realtà. Una legge in specifico per i maltrattamenti in famiglia, una legge efficace, non c’è in Italia. E quello della violenza sulla donna, di cui molto oggi si parla, affonda le sue radici in realtà nella notte dei tempi.

D. Oltre al tema della violenza sulle donne sei molto sensibile all’infanzia. In occasione della tua festa di compleanno, che stai organizzando per venerdì 14 al “Gilda” di Roma, hai chiesto pubblicamente ai tuoi amici di devolvere una libera offerta all’Associazione  Nazionale Adiantum. Ti va di parlarne?

R. È l’Associazione di Associazioni Nazionali per la Tutela dei Minori. In particolare seguono il momento delicato in cui una famiglia si divide, tutelando la serenità dei bambini. La separazione non è mai vissuta in modo indolore, soprattutto per i più piccoli è sempre un’esperienza molto delicata. Il sito è www.adiantum.it.

D. È la prima volta che conosco di persona una Principessa. Perdonami se quella che sto per farti è probabilmente una domanda sciocca, ma dal momento che non mi ricapiterà più di intervistare una Principessa, mi libero da questa curiosità: da bambine si gioca spesso a fare le principesse. Tutte hanno voluto esserlo, e mi stupisco quando ancora oggi vedo bambine che giocano a fare la principessa. Cosa voleva essere invece una principessa vera quando giocava?

R. Semplicemente una bambina. Oltretutto ti rivelo una cosa: fino all’età di circa otto anni non ho mai saputo di appartenere ad una famiglia di principi. Me lo disse un giorno mio padre, con la discrezione e quel modo di fare delicato, distaccato ed attento, tipico dei grandi uomini partenopei. Per il resto ero un po’ un maschiaccio, giocavo anche a calcio.

D. Solo pochi giorni fa sulla tua pagina facebook hai postato una foto di te bambina scrivendo: “In fondo crescendo non sono poi cambiata tanto… Certo però che da bambina immaginavo senz'altro una vita molto diversa da quella che poi si è realizzata”.  Come immaginavi da bambina la tua vita da adulta?

R. (Accenna un altro sorriso, poi glissa sulla risposta – ndr). Sorrido perché in quella foto avevo 4 mesi e già ero in posa da piccola indossatrice sollevando il mio vestito con grazia e mettendo avanti la punta del piedino per camminare… Anni dopo in un gran ballo a Casale Monferrato mi fotografarono casualmente nella stessa identica posa. Avevo indosso un abito meraviglioso che il grande Maestro Roberto Capucci confezionò per me.

Nel 1986 a 10 anni riceve la Comunione dal Papa Giovanni Paolo II
D. Che ricordo hai della tua infanzia?

R. Bello, felice. Se sono riuscita ad affrontare alcune difficoltà da adulta lo devo soprattutto anche a quei valori che mi sono stati trasmessi in famiglia. Gli psicologi parlano del cosiddetto “sé nucleare”: avere la fortuna di crescere in una famiglia serena, con genitori empatici è la più grande ricchezza per la persona di domani. Una fortuna che, purtroppo, non tutti i bambini hanno.

D. Generalmente si dice che tra le mura domestiche il vero uomo sia in realtà la donna, e penso soprattutto alla definizione attribuita all’ultima regina d’Italia, Maria Josè del Belgio, consorte di Umberto II di Savoia, descritta come “vero uomo in casa Savoia”. Chi è stato il vero uomo nella tua famiglia?

R. No, era mio padre. Mia madre è stata sempre una persona molto dolce, conciliante, sempre un passo dietro mio padre.

D. Quanto è cambiato il ruolo della donna nelle nobili famiglie? Debbono ancora stare sempre un passo dietro l’uomo?

R. Oggi ci viene chiesto di fare le mogli, le madri, lavoriamo anche fuori casa. Sei portata a diventare più forte, a maggior ragione in una famiglia storica. Con riguardo ai Capece Minutolo, Principi di Canosa, devo poi dire che le donne si sono sempre distinte per cultura, classe, intelligenza. A parte mia zia omonima, le mie due prozie, Adelaide e Clotilde, che vissero tra 800 e 900, furono musiciste, compositrici, scultrici e persino architette, lasciando una splendida chiesa da loro curata in ogni dettaglio che oggi si trova a Posillipo, Santa Maria di Bellavista.


Terminata l’intervista mi fa vedere orgogliosa sul suo cellulare l’abito da sera che si è fatta realizzare appositamente da un giovane stilista che - riesco a strappargli di bocca - ha proposto al “Miami Fashion Week”. Lui è Gianni Sapone, allievo prediletto del famoso stilista Fausto Sarli.  Intanto sulla spalliera della sedia accanto a noi sono adagiati i due abiti che dovrà indossare per lo shooting fotografico, entrambi lunghi, rigorosamente neri, uno realizzato dallo stilista Luigi Bruno, l’altro dal giovanissimo stilista Giuseppe Iaciofano (marchio Gianco), originario di Isernia e da pochi anni trasferito a Latina. Anche loro proposti al “Miami Fashion Week”.
Mi colpisce questo ruolo di talent scout di giovani stilisti, lei che per la sua festa di compleanno organizzata per venerdì 14 febbraio nel noto locale “Gilda” di Roma, vanta tra gli invitati nomi famosi della moda come Renato Balestra e Roberto Capucci.
Accantonato il registratore Irma Capece Minutolo si rilassa, sorride, accetta di posare per scatti fotografici ironici, mi mostra con occhi lucidi le foto del figlio. Sembra un’altra rispetto alla prima volta che l’ho vista alla festa di compleanno del fotografo dello shooting (Antonello Ariele Martone), amico in comune: distante dall’immagine che ti aspetti di vedere confermata della nobile cresciuta nello sfarzo, immune dai problemi “terreni”. Nello studio fotografico ho visto entrare un personaggio, salvo poi accorgermi di avere parlato con una Persona, Donna, ma soprattutto una Mamma.

Riceve il Premio alla Cultura dallo stilista Luigi Bruno

Testimonial contro la violenza sulle donne
















Cerimonia di Investitura all'Ordine del Santo Sepolcro

A Lourdes nel 2010 crocerossina dell'Ordine di Malta





















Indossatrice per Luigi Bruno con Demetra Hampton
  
Esperta di galateo a tavola per  Rai International

Dietro Emanuele Filiberto di Savoia e sua moglie Clotilde Courau alla cerimonia per l'anniversario dell'Istituto Nazionale della Guardia d'Onore al Pantheon



Fonte: Dagospia

Al Gran Ballo d'Autunno a Palazzo Brancaccio a Roma


Bozzetto dell'abito disegnato da Gianni Sapone per il compleanno di solidarietà della principessa Irma Capece Minutolo


La principessa Irma Capece Minutolo di Canosa e l'autrice del blog Marzia Pomponio - Foto di Antonello Ariele Martone


Un sincero grazie per questa intervista esclusiva alla principessa Irma Capece Minutolo.

(Intervista rilasciata il 13/12/2014)









Vincenzo Incenzo: lo storico paroliere autore dei testi del musical dell'anno "Romeo e Giulietta. Ama e cambia il mondo"

Vincenzo Incenzo
L’ultimo successo che porta il suo nome si chiama “Romeo e Giulietta. Ama e cambia il mondo”, il musical dell’anno prodotto da David Zard (produttore anche di “Notre Dame de Paris” di Riccardo Cocciante), in scena al Gran Teatro di Roma dal 18 ottobre dopo avere esordito all’arena di Verona il 03 ottobre, trasmesso in diretta da Rai 2 (la replica sarà trasmessa sempre su Raidue il 26 dicembre alle 23:30). La tappa romana prevedeva come ultima data il 24 novembre, ma a seguito dell’ampio consenso di pubblico lo spettacolo andrà in scena fino al 06 gennaio, poi il grande spettacolo si sposterà a Milano. 

Per anni quando mi sono innamorata di alcune canzoni mi è venuto spontaneo, erroneamente, attribuire il merito del testo al cantante stesso. Dietro molte canzoni, invece, che sembrano delle vere poesie nelle quali capita di identificarci, c’è il vero artefice che ne decreta il successo: l’autore. Le storie di cui parla un testo il più delle volte sono esperienze vissute da chi le scrive, non necessariamente da chi il testo lo interpreta. Chi non si è emozionato ascoltando la fine della storia d’amore di “Cinque giorni” interpretata magistralmente da Michele Zarrillo? Chi non si è mai sentito solo un numero come Renato Zero in “L’impossibile vivere”?  Renato Zero, PFM, Michele Zarrillo, Tosca, Patty Pravo, Lucio Dalla, Sergio Endrigo, Antonello Venditti, Albano, Riccardo Fogli, sono solo alcuni dei grandi nomi che hanno cantato testi firmati da lui, un autore entrato ormai nei libri di storia della musica italiana, una penna raffinata che quando scrive racconta la vita nell’unico modo in cui sa viverla: di cuore e di pancia. Romano, figlio di musicisti, il Re Mida della musica italiana si chiama Vincenzo Incenzo.
Il suo nome entra nell’olimpo degli autori musicali grazie al successo ottenuto da “Cinque giorni” cantata da Michele Zarrillo. La storia d’amore è  realmente vissuta da Vincenzo solo un anno prima, quando ancora cantava nei piano bar dei villaggi turistici. È lì che conosce una delle animatrici e ne nasce una storia d’amore e passione che si interrompe con sofferenza il giorno di capodanno. Cinque giorni dopo, nel vano tentativo di Vincenzo di distruggere il ricordo della donna amata scrive una lettera, che diventerà il testo di “Cinque giorni”. Ed è sempre ad una donna che Vincenzo deve l’inizio della sua fortunata carriera: la sua ex ragazza, infatti, era corista di Michele Zarrillo e in auto durante i viaggi per le tournée aveva l’abitudine di ascoltare una cassetta di Vincenzo. Un giorno l’ascolta Zarrillo e da lì nasce il sodalizio artistico. Vincenzo diventa l’autore dei maggiori successi di Zarrillo, da “Le strade di Roma” con cui debutta a Sanremo come autore nel 1992, alla fortunatissima “Cinque giorni”, “L’elefante e la farfalla”, “L’alfabeto degli amanti”, “L’acrobata” e molte altre.
L’ho conosciuto poco più di un anno fa, con amici in comune all’interno di iniziative di solidarietà abbiamo fatto spesso le 4 del mattino nella sua abitazione nel centro di Roma, a chiacchierare tra un caffè e una canzone intonata al piano insieme a musicisti, cantanti, produttori e attori che gli fanno visita in un via vai continuo. Di lui prima della sua fama mi ha colpito l’umiltà con la quale si pone e il garbo con il quale comunica, usando un tono di voce mai strillato che lo fanno percepire come un cavaliere in un’epoca sbagliata.



D. Il 1° marzo è uscito “Chiedi di me”, il singolo di Renato Zero che apre l’album “Amo capitolo 1”, scritto con Renato Zero e arrangiato da Trevor Horn (il produttore di Paul McCartney, i Simple Minds e i Genesis). A maggio l’album raggiunge le sessantamila copie vendute e vince il disco di platino. A giugno ha debuttato il musical “La sciantosa” con Serena Autieri con testi scritti da te sulle musiche di Armando Trovajioli. L’8 settembre in occasione dell’anniversario della morte di Lucio Battisti ti è stato conferito il “Premio alla Personalità Artistica 2013” all’interno del “Premio Poggio Bustone”. Il 26 novembre è uscito “Il principe dell’eccentricità” racchiuso nella trilogia “Amo” di Renato Zero, e ora il musical dell’anno “Romeo e Giulietta” al Gran Teatro di Roma. Insomma, un 2013 costellato di grandi soddisfazioni. Quale dei lavori che ti hanno impegnato quest’anno ha richiesto maggiore impegno?



R. Romeo & Giulietta, me ne rendo conto a posteriori, è stata una follia, un lavoro che solo un pazzo come Zard poteva commissionarmi in quei tempi ristretti e solo un pazzo come me poteva accettare.




D. Con te sembra che tutto sia facile, basta una musica e un foglio bianco sul quale scrivere liberamente e tutto va da sé. Una sera invece parlando del tuo mestiere mi hai confidato che la realtà è diversa, e non sempre c’è libertà nei testi. Quale lavoro c’è dietro il mestiere dell’autore? Come nasce un testo, solitamente? 



R. Non posso dettare una ricetta perché la regola non esiste, esiste il fatto di tenere le antenne accese, questo sì, intercettare l'insignificante a volte per renderlo materia viva di una canzone. La scrittura per me è anche consolazione, terapia, è la cosa alla quale tendo istintivamente per codificare ciò che sento e penso, quindi tutto avviene in maniera abbastanza automatica. Non accettare che la vita sia solo quella che appare, questa sì può essere una regola. Bellissima è la parola "autor", che in latino vuol dire "colui che aumenta il mondo".



D. Quando David Zard, il regista di “Romeo e Giulietta. Ama e cambia il mondo”, ti ha chiamato per scrivere i testi della versione italiana del musical, hai avuto solo 4 giorni di lavoro. Come hai pianificato un lavoro tanto impegnativo in così breve tempo? Qual è stato il primo step che ti sei posto subito dopo la telefonata di Zard?



R. Intanto ho pensato che i giorni potevano raddoppiare qualora avessi contemplato le notti. È stato proprio di notte, nel silenzio e nella concentrazione assoluta, che ho concepito il metodo, rigoroso e senza appello, di non avere altro Dio per quei giorni all'infuori di Shakespeare e di dividere in quattro parti il lavoro e venire a capo di ogni parte all'alba del giorno successivo. Devo dire che sono immersioni che mi piacciono, vivo di questo tipo di emozioni e di sfide, dove entri anima e corpo nella scrittura fino a non scinderla più dalla vita reale.



D. Con David Zard hai già lavorato nel 2006 per il musical "Dracula Opera Rock" sulle musiche della PFM. Considerato la tua naturale predisposizione ad imparare da ogni nuova esperienza professionale, in cosa è stato maestro David Zard in queste due esperienze?



R. Zard non ammette errori, questo accelera il processo di crescita se si è disposti al sacrificio, tanto sacrificio. Lui per i suoi progetti prende sempre le eccellenze in ogni campo, e sapere di essere stato scelto ti responsabilizza tanto; se poi non te la fai sotto gli stimoli sono formidabili.

  

D. La tua abitazione romana è piena di libri, che dimostrano una cultura straordinaria confermata da una dialettica molto curata e uno stile di scrittura raffinato. Quanto ha contribuito la lettura dei classici nel mestiere di autore?



R. La lettura è centrale nel mio processo creativo, ho avuto la fortuna di avere una famiglia innamorata dei libri, sono un curioso mi piace spaziare tra classico e contemporaneo, intercettare nuovi codici, tendenze diverse, anche se sempre più sto procedendo a ritroso, verso i classici immortali.



D. All’indomani dell’uscita del nuovo album di Renato Zero, “Amo”, sulla tua pagina facebook hai scritto: “...quando ho iniziato questo percorso, tanti anni fa, Giancarlo Lucariello, produttore dei Pooh, di Bosè, e di tanti grandi artisti, all'uscita del primo disco di Tosca a cui lavorammo insieme, mi disse: "questo è solo l'inizio, ti auguro di lavorare in 100 album!" "Amo" il cd di Renato in uscita, è il numero 95....”.  Quanto è cambiato il tuo modo di impostare e pensare i tuoi testi, di tradurre le emozioni in parole, in questi anni di carriera?



R. Il processo è sempre lo stesso, vado a cercarmi sempre nella solitudine, nel silenzio, spalle al mondo e testa bassa sul foglio o sulla tastiera del computer. Parto da un'emozione e da lì inizio a tessere la tela, avendo come unico parametro di riferimento quello di sempre, quello di bambino e adolescente, la mia emozione.



D. Nel tuo libro “La canzone in cui viviamo”, analizzando i testi dell’ultimo secolo della musica italiana, riferendoti alla musica contemporanea parli di una “musica stanca”. In che senso?



R. Credo che oggi la canzone non sia più testimone del suo tempo, non incida, non preveda, non detti nient'altro che se stessa, non si faccia più "domanda sul mondo". Canzoni del passato hanno cambiato la vita della gente, spostato montagne. Credo che quel valore "magico e abiettamente poetico" di cui parlava Pasolini, oggi non ci sia più.



D. Dopo il grande successo di “Cinque giorni” di Michele Zarrillo il primo grande artista che ti ha contattato è stato Lucio Dalla. Che ricordo hai di lui?



R. In realtà fu Renato Zero. Dalla mi fece solo dei grandi complimenti, poi tornò nel mio orizzonte per caso, innamorato di una musica (e non di un testo, una volta tanto) su cui ha voluto scrivere le parole. Lo ricordo in studio, carico di una simpatia debordante, sembrava un bambino, a dispetto della sua gigantesca personalità artistica, innamorato perso del suo lavoro... penso che Lucio, artista immenso e ambasciatore nel mondo della nostra canzone, fossero dovuti i funerali di Stato.

  

D. Di Armando Trovajoli, scomparso il 1° marzo di quest’anno, mi raccontasti non molto tempo prima della sua morte un aneddoto simpatico: durante delle prove distrusse uno spartito perché sentiva a confronto di comporre cose mediocri. Tu raccogliesti quello spartito e ancora oggi lo conservi. Potresti raccontare l’episodio? 



R. Trovajoli mi ha insegnato in pochi giorni di collaborazione cose fondamentali. Il suo metodo era rigoroso, e la sua grandezza si specchiava anche in episodi come quello che hai citato: di fronte al Requiem di Mozart si scioglieva in lacrime, cosa dire di più?



D. Sei un autore musicale di successo ma anche un pittore di classe e uno scrittore attento. La musica ti ha consacrato al successo, ma in quale di queste Arti senti di esprimerti maggiormente?



R. Credo che una disciplina corrobori l'altra, sono codici diversi per declinare un unico desiderio: quello di comunicare, di non accettare lo spegnersi della nostra coscienza.



D. Dietro il successo di un grande artista c’è sempre una capacità di percepire gli eventi della vita con una sonda collocata molto al di là della sensibilità comune. Chi ha inciso maggiormente nel forgiare la tua Personalità artistica? A chi si deve il Vincenzo di oggi? 



R. Tutti noi siamo il nostro passato, produciamo esperienza. Da piccolo la mia timidezza mi teneva da parte ma questo mi ha permesso di osservare, scrutare, studiare... Allora diciamo che il mio desiderio d'ombra mi ha permesso e mi permette ancora di concentrarmi molto e per lunghi momenti della giornata.



D. Ci sono già in cantiere progetti nuovi?


R. Un romanzo, al quale tengo moltissimo e una prestigiosa collaborazione internazionale, di cui però non posso parlare; magari fuori da questa intervista te lo dico…

da sin. David Zard il regista Giuliano Peparini e Vincenzo Incenzo

Vincenzo Incenzo con Gérard Presgurvic compositore delle musiche di "Romeo e Giulietta"


A lavoro con Armando Trovajoli
Con Valentina Giovagnini indimenticabile interprete de "Il passo silenzioso della neve"

Durante una presentazione con Renato Zero 

Vincenzo Incenzo a 19 anni accompagna al piano Ornella Vanoni


Alcuni dei dischi ai quali ha lavorato Vincenzo Incenzo come autore



Ti parlo di un violino sott’acqua,
e di una nuvola appoggiata al paradiso
del mio essere sempre in un non luogo
magari nella tonica dei delfini urlanti
o nell’arteria di una città dannata

ti parlo di un valore assoluto e nascosto
e ho paura che l’inchiostro asciughi
senza averti prima ferito

V.I.

Verba Manent Edizioni Musicali è la casa di produzione musicale di Vincenzo Incenzo. Il sito ufficiale è www.verbamanentmusic.com

L'autrice del blog Marzia Pomponio e Vincenzo Incenzo


Ringrazio di cuore Vincenzo per questa intervista, conoscendo la sua natura multitasking so quanto è prezioso per lui il tempo che gli ho rubato. Ma lui sa che lo ascolterei per ore.
 
(Intervista rilasciata il 21/12/2013)








Liana Amicone, la co-ideatrice di “Modelle&Rotelle” svela come il concorso che ha appassionato e coinvolto le grandi maison della moda sia nato su facebook, e di quella volta che disse no a Dario Argento

Liana Amicone fotografata da Antonello Ariele Martone
Liana Amicone durante l'intervista

Liana Amicone, titolare di un’agenzia di eventi di moda e spettacolo a Roma, è ormai un nome noto nell’ambiente. Ha condotto e collaborato alla realizzazione di numerose manifestazioni legate al sociale come “Un goal per il sociale”, “Il derby del cuore” con la nazionale cantanti, oltre a presentazioni letterarie con autori famosi e congressi, ma soprattutto è lei la vera mente di “Modelle&Rotelle”, il concorso di bellezza per modelle sulla sedia a rotelle di cui è co-ideatrice insieme ad una Fondazione che si occupa di paralisi da lesioni midollari. Dell’iniziativa si sono interessati testate nazionali (tra le quali Vanity Fair) e programmi televisivi, fino a richiamare l’attenzione di grandi maison, da Gattononi a Gai Mattiolo, Renato Balestra e Franco Ciambella, presenti nella seconda edizione.
Due cose mi hanno stupito di lei: nei suoi eventi di moda è solita fare sfilare abiti di stilisti emergenti, e agli emergenti dedica sempre ampio spazio scoprendosi una talent scout dall’infallibile fiuto, come quando scoprì una giovanissima Ilary Blasi, all’epoca ancora diciassettenne. In secondo luogo sorprende il fatto che benché nel mondo della moda e degli eventi sia molto nota e stimata, non ci siano in giro interviste che parlino di lei. Se lo avessero fatto avrebbero scoperto che…

D. Iniziamo proprio da “Modelle&Rotelle”, il concorso di bellezza per ragazze sulla sedia a rotelle che ha attirato maggiore attenzione nei media nazionali. Com’è nato?

R. Tre anni fa mi contattò un’amica per chiedermi di presentare un evento al quale stava lavorando con l’obiettivo di raccogliere fondi per un’associazione. Si trattava di un musical. Mi venne presentato il presidente della fondazione alla quale sarebbe stato devoluto tutto il ricavato ed entrammo subito in grande empatia professionale. L’idea di legare l’evento alla moda mi venne un pomeriggio. Da lavoro inviai su facebook un messaggio alla Fondazione dicendo: “Perché invece non facciamo un evento di moda? La moda richiama tantissimo, piace a tutti. Potremmo fare sfilare le ragazze in carrozzina come modelle e fare diventare addirittura l’evento un concorso”. La proposta entusiasmò subito tantissimo e in pochi minuti su facebook nacque “Modelle&Rotelle”. In due mesi di lavoro riuscimmo a fare cose pazzesche, attraverso la mia agenzia reclutai truccatori, parrucchieri, il cast tecnico, il cast artistico, gli ospiti, la giuria, gli stilisti emergenti e le modelle in piedi, la Fondazione invece si occupò di cercare quelle in carrozzina. Nel frattempo iniziammo a diffondere la notizia e organizzammo una conferenza stampa, a seguito della quale ci arrivarono molte critiche, tanto che nella ricerca dello staff tecnico, dai truccatori ai parrucchieri, faticammo non poco perché molti ci sbatterono le porte in faccia inorriditi all’idea di una sfilata con ragazze in carrozzina. “Finirete su Blog” ci disse qualcuno. Nonostante ciò continuammo a lavorare con tanta devozione. Ricordo in particolare una mia stilista che lavorò un’intera notte per modificare un abito ad una modella in carrozzina, perché la sera prima, durante le prove, ci accorgemmo che l’abito non andava bene sulle forme della ragazza. Facemmo tutto a livello volontario, mio per prima, fu fatto tutto veramente col cuore. L’evento fu un successo pazzesco, al “Crystal” di Roma, in zona Talenti, eravamo più di 450 persone, la capienza massima consentita dalla legge per problemi di sicurezza. A fine serata avevamo l’adrenalina alle stelle, sentivamo di essere riusciti ad infrangere un’altra barriera nel sociale apportando con quella serata un contribuito non da poco alla ricerca sulla paralisi midollare. Iniziammo a lavorare quasi subito alla seconda edizione anche perché fummo subissati di richieste di partecipazione: agenzie di modelle, agenzie di moda, ci contattò addirittura l’entourage di Miss Italia (la sua patron, Patrizia Mirigliani, è stata la madrina della seconda edizione di “Modelle&Rotelle” – ndr), “Alta Moda Roma” e maison internazionali di alta moda come Gattinoni, Gai Mattiolo, Balestra. 

D. In questi eventi hai lanciato tanti giovani stilisti emergenti …

R. Sì tantissimi. Uno dei giovanissimi stilisti della prima edizione di “Modelle&Rotelle”, Ivan Iaboni, subito dopo è stato chiamato da “Alta Roma” e di recente è entrato nel programma di moda su La5, “Fashion Style”. Sono contenta di vedere che sta avendo successo, così come sono stata contenta di vedere la carriera che ha fatto un’altra mia scoperta di qualche anno fa, Ilary Blasi. La proposi in un programma tv al quale stavo lavorando, non era ancora maggiorenne, credo avesse sedici o diciassette anni, e venne accompagnata dalla mamma Daniela, mia amica. Piacque tantissimo alla produzione, ma purtroppo il regista aveva già promesso la conduzione ad un'altra ragazza, oggi diventata giornalista.

D. Sei un personaggio legato prevalentemente alla moda ma abbastanza anticonformista: non solo punti sui giovani emergenti ma le tue modelle non sono mai particolarmente magre, eppure il mondo della moda è spesso associato all’anoressia, ai sacrifici quasi disumani cui sono sottoposte le modelle…

R. Assolutamente scelgo le modelle dalla taglia 42 in poi, non solo, ma per un evento al “Dubai” di Roma utilizzai per la locandina uno scatto fatto ad una modella durante il backstage mentre mangiava un piattone di pasta.

D. Un’altra caratteristica dei tuoi eventi è quello di trovare sempre un filo conduttore con la moda. In “Fashion On”, tenuto pochi giorni fa al “Futurarte” dell’Eur, hai creato una sfilata di moda utilizzando come scenografia una mostra di quadri del giovane maestro d’arte Daniele Pacchiarotti. Un evento dove per la prima volta a Roma si univa la moda e l’arte in un’unica serata.

R. Un esperimento che avevo già condotto l’estate scorsa con la letteratura nella serata “Among Roses”, in cui unii il libro “I sette vizi capitali” della Diamond Editrice agli abiti realizzati da Giuseppe Iaciofano, un giovane stilista molisano che sfilò con le sue creazioni per la prima volta a Roma, realizzando capi di carta tra cui il vestito di Rossella O’ Hara. Talmente un successo anche quell’evento che lo stilista pochi giorni dopo fu contattato da un’altra organizzazione di eventi che poi fece passare lo stilista come una propria scoperta, ma ai furti di maternità mi sono abituata, sono piuttosto frequenti in questo ambiente.
Un altro evento in cui accostai moda e letteratura fu per esempio con Elisabetta Villaggio (la figlia dell’attore Paolo Villaggio - ndr), mia amica che lo scorso anno pubblicò un libro su Marilyn Monroe e all’interno di una sfilata abbiamo parlato della figura di Marilyn in rapporto alla moda.

D. Com’è nata Liana Amicone, simbolo degli eventi della moda e dello spettacolo romano?

R. Tutto iniziò da un’emittente tv. Mi ero appena separata e iniziai una relazione con un produttore televisivo milanese che lavorava per Canale 5. Lasciò Milano e venne a vivere a Roma per starmi vicina e passò a quella che allora era Tele +, diventata poi Sky. Prese alcune produzioni tra le quali un programma che si chiamava “Cyclò”, dedicato al ciclismo ma impostato un po’ sul modello del documentario. Fece un casting per cercare la conduttrice e io chiesi di parteciparvi, forte del fatto che avevo già fatto esperienza di conduzione, scritto articoli per testate giornalistiche, lavorato come costumista e scenografa per spettacoli  teatrali, avevo già fatto insomma tante piccole cose per lo spettacolo e il giornalismo. Lui invece, probabilmente a ragione, ci teneva a tenere separata la vita professionale da quella sentimentale, per cui mi impedì di partecipare al provino. Accettai questa scelta ma ovviamente ne rimasi infastidita. Lui intanto era sempre fuori, in giro per l’Italia e l’Europa con i suoi programmi, così un giorno, arrabbiata, decisi di pensare anch’io a me stessa e alla mia realizzazione, e sfogliando un giornale di annunci lessi che una produzione televisiva stava iniziando un nuovo programma per bambini, trasmesso su Rete Oro, e cercavano una scenografa. In quel periodo stavo facendo volontariato per un centro giovanile che aveva un teatro interno e realizzavo le scenografie per questi ragazzi, per cui risposi all’annuncio e mi fissarono subito il colloquio. Si trattava della Inter Television Company e il produttore era Franco Melani, un giornalista bravissimo che considero un padre putativo insieme a Mario Donatone (l’attore interprete, tra le tante importanti pellicole, de “Il Padrino – parte III” di Francis Ford Coppola – ndr). Iniziai a lavorare quindi come scenografa per il programma per bambini di questa casa di produzione che nel frattempo stava producendo anche telegiornali multilingue, documentari e tanti altri programmi. Un giorno mi chiamò a casa il produttore, Franco Melani, chiedendomi se me la sentissi di sostituire un giornalista che stava male. Il servizio era sulla Madonna delle Tre Fontane all’Eur della quale ricorreva l’apparizione. Accettai subito, mi venne a prendere a casa la troupe, presi le informazioni sul posto, feci delle interviste, tornammo in studio, feci pure l’audio e il servizio andò in onda la sera su tutto il circuito network, quindi Rete Oro, Gold Tv, Tv Lazio. Quello è stato il mio primo servizio televisivo. Quando lo vide il produttore disse “non mi ero sbagliato su di te”. Entrai quindi nella redazione del Tg multilingue, un tg molto importante andato in 13 lingue in quegli anni (metà anni ’90 - ndr). Da lì tante conoscenze, tanti altri contatti, tante cose.  Tra l’altro sempre in quegli anni ho lavorato anche come stilista, ho disegnato diversi abiti che hanno sfilato addirittura a New York.

D. La moda ha sempre fatto parte della tua vita. Tua mamma gestiva infatti un atelier in zona Monteverde a Roma. 

R. Quando sono nata mia mamma aveva già questo atelier quindi sono cresciuta nei tessuti e nei modelli di sartoria che creava, inoltre la seguivo nelle fiere di settore a Bologna e Milano. Poi avevo un cugino che lavorava per Lancetti e anche lui mi fece conoscere, realizzai dei modelli. Quindi questo amore per la moda per me c’è sempre stato, anche se poi ho vissuto un periodo della mia vita, quando ero molto giovane, in cui sono entrata in crisi, mi sono allontanata dalla moda e addirittura detestavo l’eleganza e mi imbruttivo. Io ero quella che da bambina aveva sempre il cappellino coordinato al cappottino con la mantellina, dalle foto sembro il piccolo lord. Mi vergognavo a morte andare a scuola con quegli abiti riconoscibili da sartoria, erano gli anni caldi, della ribellione giovanile, e tutta quella eleganza mi metteva un certo disagio perché sembrava volessi darmi un tono che in realtà non sentivo mio. Ma per mia madre era naturale confezionarmi degli abiti su misura, era il suo lavoro.

D. Cosa ti ha fatto riavvicinare alla moda? 

R. La morte di mia madre. Tornare ad occuparmi di moda in qualche modo mi ha fatto riavvicinare a lei. Poi ho avuto i miei figli, quindi per i primi anni di vita mi sono dedicata a loro, dopodiché riprendendo il mio lavoro sono stata spesso chiamata a partecipare ad eventi o come giurato o conduttrice, e mi capitava sempre più di frequente che mi chiedessero consulenze nell’organizzazione, di reclutare artisti, contattare ospiti, alla fine insomma mi ritrovavo a fare l’organizzatrice di tutto l’evento. A un certo punto mi sono detta: le conoscenze le ho, so parlare e il palco non mi inibisce, ma perché l’evento a questo punto me lo creo io e divento un’organizzatrice di eventi? E da lì ho cominciato ad organizzare miei eventi, dove la moda entrava sempre, anche per vie traverse, perché comunque negli anni mi ero creata contatti con tantissimi stilisti sconosciuti ma di grande talento, quindi cercavo di lanciare questi nuovi artisti che in me vedevano ormai un punto di riferimento. Quando lancio uno stilista è perché ha davvero talento da vendere.
Anche le mie modelle me le seguo molto, non faccio firmare contratti di esclusiva a nessuno, le lascio libere di scegliere, però mi sento in obbligo di consigliarle, di metterle in guardia magari dalla partecipazione a concorsini con il rischio di bruciarsi. Molte modelle dopo anni ancora mi scrivono, mi chiedono consigli.

D. Un amico in comune mi ha confidato che anni fa Dario Argento ti voleva nel cast di un suo film e tu non ti presentasti al provino…

R. (Ride – ndr) Sì, è vero. Lo conobbi ad una festa, lo conosceva un’amica. Io avevo 21 anni e mio figlio di circa un anno, camminava appena. Questa amica sapeva che amavo il genere di Dario Argento e insistette per presentarmelo. “Hai un viso lungo molto interessante” furono le sue parole appena mi vide, e mi informò che il giorno dopo ci sarebbero stati i provini alla De Paolis, che allora stavano ancora sulla Tiburtina, per un film che stava per girare. “Avrei piacere tu lo facessi” mi disse. Risposi di sì ma senza dargli peso, il cinema era proprio l’ultimo dei miei desideri, forse un po’ il teatro ma il cinema proprio non lo consideravo. Ovviamente il giorno dopo non mi presentai. Pensavo la cosa sarebbe finita lì, invece mi fece telefonare dal suo segretario, ricordo ancora si chiamava Ignazio. Mi disse che mi stavano aspettando ma io rifilai tutte scuse del tipo “ma ho il bambino piccolo, a chi lo lascio, ma poi come farei, ecc.”. Dopo un po’ di tempo uscì “Phenomena” (pellicola del 1985 il cui ruolo da protagonista fu interpretato da Jennifer Connelly – ndr). Oltretutto non sapevo che nel cast ci fosse anche l’attore Mario Donatone, un amico che conosco da 30 anni e con il quale sono legata da un profondo affetto tanto da essere stati anche in vacanza insieme in Marocco. Lo considero un padre putativo.
Per strada anche i fotografi mi fermavano spesso, e io buttavo i loro biglietti da visita.


Liana è una diga di ricordi, emozioni, confidenze, sfoghi che ovviamente restano solo nostri. La devo fermare, il tempo scorre veloce con lei. Mi accenna di due progetti ai quali sta lavorando, un altro connubio con la moda che per ora non posso rivelare, ma ne sentirete sicuramente presto parlare. Sarà un altro successo firmato Liana Amicone. 


Durante l'incoronazione della russa Ksenia Bezuglova nel concorso "Modelle&Rotelle" edizione 2012

Con Patrizia Mirigliani, patron di "Miss Italia", madrina dell'edizione 2012 di "Modelle&Rotelle"

Un momento della sfilata "Modelle&Rotelle" edizione 2012 allo Sheraton Roma Hotel

Liana Amicone con Marta Marzotto durante un evento culturale a Porto Cervo ad agosto 2013

Liana Amicone sedicenne

Una giovanissima Liana Amicone poco prima di conoscere Dario Argento che la voleva in "Phenomena"

Liana Amicone e l'autrice del blog Marzia Pomponio - Foto di Antonello Ariele Martone



Ringrazio Liana Amicone per l'intervista esclusiva e le foto tratte dal suo album privato.

(Intervista rilasciata il 13/11/2013)









Intervista ad Angela Iantosca, autrice di “Onora la madre. Storie di ‘ndrangheta al femminile

Angela Iantosca durante una presentazione del libro

Ho scelto di farle inaugurare questa rubrica dedicata alle interviste non solo perché è una donna, ma ha scritto sulle donne e lo ha fatto con coraggio. Le donne di cui si è occupata, infatti, non sono “donne comuni”, non incarnano la classica immagine dell’angelo del focolare domestico. Sono spietate, vendicative, usuraie, mandanti: sono le donne della ‘ndrangheta, considerata la più grande e pericolosa organizzazione criminale al mondo. Spaccio di droga, usura, estorsione, omicidi, sono solo alcune delle attività che portano avanti all’ombra dei loro uomini. Sono mogli, madri, sorelle, fidanzate, compagne.
Lei è Angela Iantosca, giornalista e autrice di “Onora la madre. Storie di ‘ndrangheta al femminile”, edito da Rubbettino Editore, e questo è il suo primo romanzo.


D. Quando ho saputo che sei di Latina, la mia zona (io sono originaria di Sperlonga), mi è venuto spontaneo domandarmi: perché arrivare fino in Calabria per occuparsi di criminalità organizzata, se il nostro territorio è ormai tristemente noto per le infiltrazioni camorristiche, tanto che nel 2008 fu chiesto lo scioglimento dell’amministrazione comunale di Fondi da parte dell’allora prefetto di Latina, Bruno Frattasi. Si parlava di legami tra componenti del comune di Fondi e membri legati a Cosa Nostra, la 'ndrangheta e il clan dei Casalesi. Il caso divenne argomento di discussione alla Camera e tema centrale di una puntata di “Annozero” di Michele Santoro. Non dimentichiamo inoltre che per ben due volte a Borgo Sabotino è stato incendiato il villaggio della legalità dell’associazione di don Ciotti “Libera”, che opera da anni contro le mafie.

R. La scelta di occuparmi della Calabria non implica l’esclusione dalle mie ricerche e dai miei approfondimenti del territorio nel quale sono nata. Ho scelto di cominciare dalla Calabria perché ho pensato fosse interessante e potessi avere gli strumenti e la sensibilità giusta per occuparmi di donne di ’ndrangheta. Ho sempre pensato che non si può fare un discorso campanilistico quando si parla di legalità. Sono nata a Latina, ma sono figlia di una madre bergamasca e un padre avellinese, motivo per il quale mi sono sempre sentita un’ibrida, figlia dell’Italia, più che della sola mia città. Quando ho pensato all’argomento del libro ho sentito una forte empatia con le storie che sarei andata a raccontare.

D. In “Onora la madre” parti da un’affermazione: la famiglia è l’elemento fondante della ‘ndrangheta, la donna è un elemento fondante della famiglia, la donna è un elemento fondante della ‘ndrangheta. Da cosa nasce il tuo interesse per le donne della ‘ndrangheta?

R. Leggo sempre gli articoli che riguardano camorra, mafia, ndrangheta. E tutto ciò che concerne il mondo della legalità. Nel 2012, leggendo delle dichiarazioni della collaboratrice di giustizia Giuseppina Pesce mi sono posta una domanda: se una donna, da sola, con le sue parole sta scardinando un’intera famiglia, cosa sanno le donne e cosa hanno sempre saputo, facendo finta di non conoscere gli affari di famiglia? Da questa domanda è cominciata la mia ricerca ed è scaturita la volontà di approfondire, di andare oltre, di conoscere altre storie, di vedere quante donne fossero più o meno evidentemente legate attivamente all’organizzazione. E la risposta è stata la seguente: la donna sa, ha sempre saputo e se fino a qualche anno fa la sua appartenenza non era dettata da una scelta consapevole, poiché non aveva altri parametri di riferimento, non conosceva altre realtà se non quella mafiosa, ora, grazie ad internet, alla televisione, alla globalizzazione, all’acculturamento, all’emancipazione, la donna sceglie consapevolmente da che parte stare. Motivo per il quale non può più essere deresponsabilizzata. Nonostante questo, da parte mia non c’è nessuna volontà di esprimere un giudizio nei confronti delle donne che decidono di rimanere all’interno della organizzazione, nella consapevolezza che – soprattutto nella ’ndrangheta – decidere di uscire da una organizzazione malavitosa, decidere di parlare, di fare i nomi, di mettersi in salvo, decidere di avere una vita nuova, di amare ed essere liberi di farlo, è una scelta pericolosa che implicherà rinunce, pericoli, cambi di identità, perdita dei familiari e dei figli. Parlare di donne, ancor di più di donne di ’ndrangheta è complesso, complicato, significa cercare di dare un senso, di trovare una logica in qualcosa che spesso di logica non ne ha (non la nostra almeno). Significa abbandonare ogni schema, ogni punto di riferimento e cercare di mettersi in ascolto delle loro voci, delle loro storie che, troppo spesso, sono storie di violenza subita, agita, vista, condivisa, interiorizzata, accettata.
  
D. Nel libro parli di una strategia storica usata dalla ‘ndrangheta, quella cioè di far credere l’esistenza di un’organizzazione familiare  fondata sul patriarcato, dove non c’è spazio per le donne, rilegate al solo ruolo di mogli e madri. In realtà è un modo per proteggere coloro che sono risultate essere i veri pilastri della famiglia e degli affari illeciti, ovvero appunto, le donne, tanto che Enzo Ciconte, che ha scritto la prefazione, considerato tra i massimi esperti delle grandi associazioni mafiose, ha dichiarato che per smantellare la ‘ndrangheta bisogna partire proprio dalle donne.
Ritieni le donne abbiano un ruolo così incisivo anche nella “nostrana” camorra e in generale in tutte le organizzazioni malavitose o è una caratteristica che si riscontra solo nella ‘ndrangheta calabrese?

R. Nella ’ndrangheta le donne sono sempre un passo indietro rispetto agli uomini. Il loro ruolo sostanziale che sempre più sta emergendo dalle indagini non è supportato da un riconoscimento formale. Il rispetto che è loro dovuto dipende dal loro essere mogli, madri, figlie di uomini d’onore. Ma sono loro le custodi dei valori, sono loro che li tramandano ai figli, sono loro che incitano alla vendetta, sono loro che spesso usano il ricatto per spingere gli uomini a non collaborare, sono loro che sempre più si dimostrano capaci nella gestione degli affari. Su di loro sarebbe necessario intervenire, come sulle nuove generazioni. La donna è l’anello forte e debole dell’organizzazione: facendo leva su di loro, sull’amore per i figli si può ipotizzare uno sfilacciamento delle strette maglie dell’organizzazione.

D. La prima a cogliere l’importanza del ruolo della donna all’interno della ‘ndrangheta è stata l’onorevole Angela Napoli, della quale si è parlato di recente sui giornali per la vicenda della riduzione della scorta poi ripristinata dopo il polverone di polemiche sollevato.

R. Angela Napoli è stata una delle persone che ho incontrato in questo viaggio attraverso la Calabria. L’ho incontrata a Roma ed abbiamo avuto modo di confrontarci a lungo e di condividere idee, pensieri e intenti. Ho avuto anche il piacere di intervistarla per un settimanale e, soprattutto, è stato un piacere per me averla al mio tavolo alla presentazione del libro organizzata a Cittanova nel mese di giugno. La Napoli mi ha raccontato diversi episodi relativi alle donne e al loro ruolo, spiegandomi come nel corso di una puntata di “Chi l’ha visto?” di qualche anno fa, lei stessa si fosse scagliata contro le donne, cercando di spingerle a riflettere sul benessere di cui godevano, nonostante il contesto di degrado che le circondava, nonostante un’economia in recessione. Le stesse donne nei giorni successivi l’hanno minacciata. È una persona eccezionale che mi ha dato una chiave di lettura molto interessante relativa alle donne di ’ndrangheta sempre più presenti nei meccanismi decisionali dell’organizzazione. Secondo la Napoli – tesi che condivido – ciò a cui stiamo assistendo è il Sessantotto delle donne di ndrangheta: da una parte abbiamo le donne che vogliono dimostrare di essere più capaci degli uomini, di essere forti, violente, sanguinarie; dall’altra le donne che si ribellano agli uomini attraverso la parola, cominciando a testimoniare o a collaborare. 

D. Il codice d’onore, secondo il quale si legittimava il potere dell’uomo sulla donna, è stato abolito in Italia nel 1981, ma non per la ‘ndrangheta. All’uomo, scrivi, appartengono i suoi beni, i suoi figli e le quattro donne che dipendono da lui: madre, sorella, sposa, figlia. L’uomo d’onore ha un diritto d’esclusiva di vita e di morte. “Offendendo una donna si offendono tutti gi uomini dai quali essa dipende”. E la violenza è un elemento ricorrente degli uomini verso le donne, che l’accettavano in passato ma ancora oggi. Non è poi una contraddizione con il matriarcato di cui si parla?

R. La ’ndrangheta è un’organizzazione complessa, difficile da districare o da definire. Ha mille sfaccettature, molteplici aspetti: è maschilista, violenta, moderna, ma al contempo antica, conquista il mondo, ma affonda le proprie radici nell’Aspromonte, nei riti, nel passato, nella terra. Non esiste una affiliazione della donna, non esistono le donne pungiute (tranne le sorelle d’omertà, di cui abbiamo solo due esempi), ma ciò non esclude una loro partecipazione silente o attiva. Gratteri (Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria - ndr) parla di matriarcato, ma l’apparenza è il patriarcato, il maschilismo. In alcune zone della Locride abbiamo ancora donne che non possono decidere con chi sposarsi, che vengono chieste in mogli da persone che conoscono appena, che non possono muoversi se non accompagnate, ma poi abbiamo donne di ndrangheta che insegnano, ricoprono ruoli istituzionali, sono medici, infermiere, negozianti… Donne emancipate che, tuttavia, devono rispettare dei codici, una deontologia spietata.

D. Quanto tempo ti ha tenuta impegnata il libro per le documentazioni consultate e le persone che hai incontrato e contattato?

R. Ho cominciato a maggio 2012 a raccogliere il materiale ed ho consegnato il libro il 30 dicembre.

D. Mi ha colpito un paragone: la ‘ndrangheta come Al Qaeda…

R. Modernità e antichità. Internet e nuove tecnologie al servizio degli interessi economici e dell’esercizio del potere. Ma nello stesso tempo riti, tradizioni, codici, Madonna di Polsi ed una visione dell’amore (in alcune zone) retrogrado, privo di libertà. Non solo: la Dottoressa Cerreti, il pm che per prima ha accolto le dichiarazioni della Pesce e che ha seguito anche il caso della Cacciola, mi ha raccontato che nel corso del processo contro il clan dei Pesce si è sentita rivolgere frasi da parte degli uomini della famiglia che tendevano a delegittimare il suo ruolo di pm, in quanto donna. Stesse frasi se le era sentite rivolgere a Milano quando aveva seguito dei processi contro esponenti di Al Quaeda.

D. Non sapevo ci fosse così tanta formalità nelle relazioni interne, si parla addirittura di un “galateo della ‘ndrangheta”...

R. La rigidità della struttura garantisce la sopravvivenza.

D. Nel tuo libro dedichi un intero capitolo (il 7°: Donne allo specchio) alla storia di Giuseppina Pesce, che con la sua collaborazione sta facendo tremare i Pesce, una delle famiglie più temute della ‘ndrangheta calabrese. Hai avuto modo di incontrarla e parlarle?

R. Non l’ho incontrata. Il processo è in corso. Ho parlato con la pm Alessandra Cerreti.

D. “Onora la madre” è il frutto di una ricerca molto meticolosa, fatta non solo di libri letti e documenti di tribunali consultati, ma che ha comportato anche un viaggio in Calabria per ottenere informazioni dirette rilasciate da magistrati, cittadini, testimoni, pentiti. Hai incontrato qualche resistenza?

R. Non ho incontrato resistenza alcuna. Ho trovato disponibilità totale da parte di tutti che non finirò mai di ringraziare. La Calabria mi ha accolta come se fossi una calabrese.

D. La ‘ndrangheta ha anche una “madre”, come la definisci nel capitolo 11, ed è la “Madonna di tutti i mafiosi” del Santuario di Polsi, sull’Aspromonte, meta di pellegrinaggi. Qui ogni anno a settembre si riuniscono i capimafia per discutere le strategie criminali ma anche per eleggere il capo dei capi o risolvere eventuali faide tra territori secondo una “tradizione” che risale ai primi del ‘900.
La notizia stupisce, non tanto per il motivo di cui parla Enzo Ciconte, e cioè che quando ne parlava nei convegni tenuti al nord i presenti si stupivano chiedendo come fosse possibile che in una cittadina così piccola come il comune di San Luca, si potesse tenere una riunione di una grande organizzazione attiva a livello internazionale. Il mio stupore nasce in realtà da un’altra domanda: com’è possibile che la Chiesa permetta un summit del genere in un luogo sacro?

R. Ci sono libri molto interessanti che trattano questo argomento. Come quello di Isaia Sales, “I preti e i mafiosi” dove si trovano moltissimi esempi di preti conniventi (abbiamo anche recenti esempi di corruzione all’interno della Chiesa).

D. Ti sei recata di persona al Santuario alloggiandovi per alcuni giorni, quale informazione cercavi esattamente quando hai programmato quel viaggio?

R. Sono stata al Santuario nei giorni della festa della Madonna. Una tappa necessaria perché ho sempre pensato che senza quella visita, senza la festa, non avrei potuto comprendere molti aspetti. Non sono partita con un’idea di ciò che avrei trovato. Mi ero documentata, ma come è mio costume quando scrivo qualsiasi articolo, tendo a pormi in ascolto, senza preconcetti o schemi mentali che potrebbero pregiudicare una comprensione profonda e reale. Sono stati tre giorni intensi, coinvolgenti, fatti di tarantella, preghiere in calabrese e murra.

D. Il santuario è anche il luogo di custodia delle “12 tavole della ‘ndrangheta”. Di cosa si tratta? (pag. 163)

R. Il luogo in cui si custodiscono le regole della Onorata.

D. Concludi il tuo romanzo con una speranza, quella di investire sulla cultura per sconfiggere la ‘ndrangheta. Coinvolgere sempre più i giovani nelle attività di dibattito nelle scuole, nel teatro, nella musica. Tenerli insomma il più lontano possibile dalle famiglie di origine, dove attingono una cultura della criminalità, così da dare loro un nuovo modo di pensare il mondo. Ora, mi e ti domando, come è pensabile se donne (e uomini) di ‘ndrangheta sono presenti anche nei pubblici uffici, insegnano nelle scuole, e come affermò l’onorevole Angela Napoli (in un’intervista alla Adnkronos nel 2007): "la ‘ndrangheta è diventata l’organizzazione criminale più pericolosa, grazie alle coperture che ha avuto da settori del mondo politico, della Magistratura, della Chiesa, dell’imprenditoria e dei professionisti calabresi. Non si sciolgono più Consigli comunali, dove pur viene accertata l’infiltrazione della ‘ndrangheta”.

R. È possibile se la cosiddetta società civile non volta il viso dall’altra parte, non si dimostra indifferente, non pensa che l’omertà sia l’unica soluzione. Chi non fa parte della ‘ndrangheta, chi non fa affari in modo diretto o consapevolmente non è meno responsabile di chi è dentro l’organizzazione. Abbiamo tutti il dovere di far qualcosa, di sensibilizzare, di parlare, di non fare in modo che il silenzio sovrasti le nostre voci. Del silenzio si sono nutriti e nel silenzio continuano a proliferare.  








 
Ringrazio Angela Iantosca per l’intervista concessa e la cordialità dimostrata in tutti i nostri scambi che hanno preceduto questa intervista.

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